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LETTURE/ I martiri di Otranto: perché eroi, perché santi

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Il rosone della Cattedrale di Otranto (Immagine dal web)  Il rosone della Cattedrale di Otranto (Immagine dal web)

E' tutta qui la differenza esistenziale fra l'eroismo e la santità. A certe condizioni si può anche maturare il coraggio di sacrificare la propria vita per un ideale ritenuto giusto; a certe condizioni lo sconfitto può anche esibire un'indomita fierezza dinanzi al patibolo; in nessun caso, tuttavia, è possibile rendere il cuore dell'uomo artificialmente lieto. Non si può imporre a sé o agli altri lo stupore. 

Ecco perché i fatti di Otranto sono irriducibili a una lettura solamente storicista o occidentalista. Per andare a morire "contenti", non bastano i valori della Patria, dell'Occidente o della stessa Religione. Per trasformare la paura del martirio nella lieta fortezza della testimonianza non basta nemmeno una lunga ascesi etica o spirituale; né occorre essere moralmente degni. Perché tutto questo avvenga è invece sufficiente un istante di domanda e di grazia, come nel caso delle due semplici parole biascicate dall'egiziano copto nell'attimo prima di essere sgozzato in riva al mare: "Gesù aiutami". Come spiegava Agostino, basta un istante di supplice confessio, di commosso riconoscimento. Nel martirio cristiano non c'è bisogno di sforzarsi per arrivare alla felicità, giacché la Felicità stessa si è abbassata, si è fatta incontro, si è umiliata, al punto che basta un piccolo momento di tempo, un solo istante per poterla riconoscere.

E la Chiesa si diffonde così, altrimenti è proselitismo per gente impegnata. Come ha detto Papa Francesco: "i Santi sono quelli che portano la Chiesa avanti!".

Ecco perché, per concludere, la commossa devozione che lega il popolo di Otranto al popolo dei Martiri è ragionevole e certa. E ciò, anche se ai dotti e ai sapienti di ogni tempo può risultare incomprensibile.



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