BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

LETTURE/ Appuntamento a ora insolita: Vittorio Sereni e la voce che disarma

Pubblicazione:

Vittorio Sereni (1913-1983) (Immagine dal web)  Vittorio Sereni (1913-1983) (Immagine dal web)

«Per quanto tu ragioni, c'è sempre un topo — un fiore — a scombinare la logica». È il 1982, il libro è Il franco cacciatore, e l'uomo, il poeta che per un istante recede dalla sua logica sempre più cinica e in apparenza stringente è un Giorgio Caproni in cammino verso la sua ultima stagione.

Anni di piombo, quelli in cui Il franco cacciatore matura, gli stessi anni in cui Mario Luzi pubblica Al fuoco della controversia, proprio nell'anno-simbolo 1978, e in cui alcuni giovani che non ne possono più — giovani come Giuseppe Conte, Roberto Mussapi, Milo De Angelis — cominciano a urgere il bisogno di dire una realtà più reale, di dire un realismo davvero realista, non solo degli oggetti, ma della carne e dello spirito. Anni confusi e di fervore, di una confusione e di un fervore forse all'epoca sentiti passeggeri e non, come oggi paiono, spie di una civiltà in crollo obliquo ma inesorabile. Anni di piombo e confusione in cui un altro grande del secondo Novecento italiano, Vittorio Sereni, vive medita ed elabora il suo libro di fine corsa, Stella variabile, che vedrà la luce nel 1981, due anni prima della sua morte. 

Allievo di Antonio Banfi, Sereni — dopo gli esordi in modo ermetico di Frontiera (1941) e la prova a mezzo guado di Diario d'Algeria (1947) — aveva raggiunto con Gli strumenti umani (1965) la sua voce più propria, quella di un continuo persistente ragionare in versi, di una continua correzione a voce alta del suo incontro con le cose. Una poetica degli oggetti, certamente, ma in fondo, commenterà Lanfranco Caretti, «sempre lo stesso libro», o meglio, lo stesso autore, «lo stesso disarmato ragazzo di Frontiera e il prigioniero murato e immobile di Algeria». Diverso è l'uomo, certo: maturato in età e in esperienza, se la sorte lo vede dirigente di una realtà come la Mondadori che proprio in quei tempi si avvia a diventare un colosso industriale. 

Eppure, come ogni uomo che realmente viva e maturi senza contentarsi di assistere al proprio trascorrere, Sereni porta con sé e con la propria poesia quel «ragazzo disarmato». E grazie a lui, forse, la poesia degli Strumenti umani e quella di Stella variabile conserva — pure nel suo andamento sempre a mezza strada tra borbottio espositivo e icasticità finale — un senso di incombenza delle cose che nei momenti più felici, più artisticamente riusciti, rendono il ragionamento, e la lingua in cui si esprime, non precedenti e definitori, ma susseguenti e interrogativi, anche quando si risolvano in sentenza, perché — come sappiamo dall'Eliot dei Quartetti — la poesia è «inginocchiarsi dove la preghiera ha funzionato» e perciò ogni parola che davvero catturi l'oggetto non può che divenirne strumento di domanda.



  PAG. SUCC. >