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LETTURE/ Il Dio lontano è qui: Paolo VI e la vocazione dell'arte

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Marc Chagall, Il sogno di Giacobbe (1960-66) (Immagine dal web)  Marc Chagall, Il sogno di Giacobbe (1960-66) (Immagine dal web)

Come quello che lo portò ad accogliere nelle raccolte vaticane una delle reintepretazioni che Francis Bacon (certamente tra gli artisti più veri ma anche più "scandalosi" del 900) fece del ritratto di Innocenzo X di Vélazquez. Oppure come la decisione che, da arcivescovo di Milano, lo portò a commissionare ai più importanti architetti che lavoravano in città (e Milano a quel tempo era tra i più importanti laboratori di pensiero architettonico al mondo) le nuove chiese da costruire nei quartieri popolari, cresciuti a dismisura per via dell'immigrazione. In quel caso il dialogo tra committenza e "creativi" funzionò a meraviglia e le strade tra chiesa e arte si ritrovarono per un momento a correre parallele. Grazie al coraggio di Paoli VI che non aveva avuto timore dell'innovazione e a quegli architetti, come Gardella, Mangiarotti, Ponti, Figini e Pollini, che avevano raccolto l'indicazione dell'arcivescovo di evitare ogni retorica e di provare a immaginare il canone di una nuova "bellezza povera".


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Massimo Camisasca, "Carisma dell'arte. La svolta di Paolo VI", La Scuola, Brescia 2015. In vendita nella libreria del Meeting di Rimini e in tutte le altre librerie da settembre.



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