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LETTURE/ Il Dio lontano è qui: Paolo VI e la vocazione dell'arte

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Marc Chagall, Il sogno di Giacobbe (1960-66) (Immagine dal web)  Marc Chagall, Il sogno di Giacobbe (1960-66) (Immagine dal web)

Una delle situazioni che più colpiscono quando si studia la storia dell'arte, è la frattura che ad un certo punto del 18esimo secolo divarica due strade che sino ad allora avevano proceduto in parallelo: quella della chiesa e quella dell'arte stessa. Per almeno 1500 anni si può dire che il cattolicesimo era stato il vero laboratorio di tutte le grandi novità che hanno segnato e cambiato di volta in volta l'immaginario dell'uomo. Dopo una data che potremmo simbolicamente indicare nel 1770, anno della morte di Tiepolo, invece le due strade hanno iniziato a divergere e quei due mondi, nella migliore delle ipotesi, ad ignorarsi. Si è dovuto attendere un grande papa, dalla straordinaria sensibilità poetica, come papa Montini, perché la questione venisse finalmente messa sul tavolo, con intelligenza e senza pretese di ristabilire egemonie perdute. 

Intorno alla riflessione di Paolo VI sull'arte, nel giugno scorso la Fondazione San Benedetto aveva promosso un incontro, tenutosi nell'Aula Magna della Cattolica, a Brescia, con Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, Roberto Filippetti, storico dell'arte e Paola Ceccarelli, artista. Oggi l'editrice La Scuola ha raccolto i testi di quegli interventi in un volume, utile e facilmente approcciabile da un pubblico largo. 

Nella suo testo d'apertura Camisasca analizza con molta attenzione due documenti che rappresentano non solo una riflessione di Paolo VI sull'arte, ma la base per un nuovo possibile patto tra la chiesa e gli artisti. Si tratta del discorso tenuto alla messa celebrata nella Cappella Sistina il 7 maggio 1964, e del Messaggio letto alla chiusura del Concilio, l'8 dicembre 1965. In particolare il primo è un testo straordinario, per sincerità e per slancio. Paolo VI ha l'onestà di indicare le colpe della chiesa in questa divergenza di percorsi: parla addirittura di una «cappa di piombo» (l'imposizione di canoni rigidi) e di «negligenza nell'introdurre gli artisti nei misteri della fede cristiana». Scrive Camisasca: «Il papa sottolineava anche — con annotazione sorprendente per sincerità e acutezza — che là dove gli artisti si erano lasciati "addomesticare", il mondo ecclesiastico era rimasto insoddisfatto, accorgendosi di un drammatico scadimento della creatività artistica in "oleografia"». Davanti a questa situazione realisticamente analizzata, Paolo VI propone un patto, nel nome di una comune passione per l'uomo. «Il  papa riteneva che l'artista dovesse penetrare nel proprio intimo "e dare al momento religioso, artisticamente vissuto, ciò che qui si esprime": voce d'uomo "che dà la scalata al cielo", che affronta "la superiorità di Dio" per scoprire subito "che quel Dio lontano è già lì", è vicino, già in comunione con lui».

Oltre alle parole contarono anche i gesti di Paolo VI. Come ad esempio la scelta di aprire una sezione di arte contemporanea nei percorsi dei Musei Vaticani. Furono gesti contrassegnati da grande libertà e apertura. In una parola, da grande coraggio. 



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