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LETTURE/ Il nostro cuore "mancante" e l'inganno di Babele

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Charlie Chaplin negli ingranaggi di "Tempi moderni" (1936) (Immagine dal web)  Charlie Chaplin negli ingranaggi di "Tempi moderni" (1936) (Immagine dal web)

E questo grazie ad un tentativo di surrogare del tutto la compensazione religiosa, l'individuazione di un senso all'esperienza del venir meno saputo della vita a se stessa nel sentimento di un'appartenenza a qualcosa  più grande di noi, con la compensazione tecnica, con un attivismo fabbrile di un'intelligenza dell'appartenenza alla natura che pensa di poter gestire ormai in proprio termini e condizioni di quell'appartenenza.

Non sembra più esserci alcun bisogno di una fidatezza cosmologica di uomo e mondo, al di là del polemos che la struttura, che si faccia dialogo personale, di un arco dell'alleanza tra Cielo e Terra posto sulle nubi. Il diluvio per l'uomo della scienza e della tecnica è questione di pura meteorologia, con annessi e connessi: dalle previsioni del tempo all'emergenza clima. Grazie alla tecnica la nostra natura di essere-di-mancanza pare poter bastare a se stessa, filare da sé il senso della sua azione, senza alcun bisogno di un'integrazione di senso divina o cosmologica; un'integrazione figlia di un altro tempo, della consapevolezza di una dipendenza della vita che l'azione certo gestisce, ma non è in grado di eliminare in radice.  

Nella scienza-tecnica come provocazione della natura che la riduce a voluto di un volere che crede di poterne aggirare la datità originaria, quello che viene meno, nell'immanentismo moderno dell'azione a se stessa, è la differenza cosmologica come sentimento della sproporzione tra il mondo che si è e il mondo che si ha, che si riceve – e certo non da sé. 

E' un demone antico, niente di nuovo sotto il sole. Il mito della torre di Babele, lo sguardo gettato sull'ente "più pericoloso" di tutti – l'uomo, l'ente che contrasta l'essere senza pietas – del coro dei Vecchi Tebani dell'Antigone ci raccontano per tempo questa tensione, fondamentalmente immaginaria, della compensazione tecnica a saturare lo scarto tra sapere di sé e potere di sé dell'uomo, a saturare il sentimento di dipendenza dal Tutto della compensazione religiosa; il venir meno nella hybris dell'azione della pietas della religio. Questa tensione immaginaria, dove l'immaginazione produttiva dell'uomo prova ad assolversi dalle sue condizioni, è da sempre l'essenza dell'irreligiosità, la tentazione compensativa assoluta: la superbia del serpente, appena uscito dalle mani della creazione, con cui egli si affaccia al mondo, e alla sua libertà. Tentazione che oggi crede di avere dalla sua l'argomento solutivo della scienza-tecnica come capacità dell'artificio di chiudere l'apertura indominabile del mondo nella prevedibilità persino costituente delle sue condizioni; ridando all'uomo nello spazio tecnico che si fa habitat naturale per lui, la sicurezza dell'animale nel suo ambiente, un'adattività non scompensata dal tarlo del disagio con cui è venuto al mondo. 



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