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LETTURE/ Il nostro cuore "mancante" e l'inganno di Babele

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Charlie Chaplin negli ingranaggi di "Tempi moderni" (1936) (Immagine dal web)  Charlie Chaplin negli ingranaggi di "Tempi moderni" (1936) (Immagine dal web)

Oggi, al Meeting di Rimini, ha luogo l'incontro-dibattito "L'uomo: essere di mancanza". Partecipano i filosofi Eugenio Mazzarella, docente di filosofia teoretica nell'Università Federico II di Napoli, Carlo Sini, emerito di filosofia teoretica nell'Università statale di Milano e Costantino Esposito, docente di storia della filosofia nell'Università di Bari.
Anticipiamo un quesito di Esposito e la risposta di Mazzarella.

C. Esposito: Una delle più interessanti modalità in cui gli esseri umani avvertono questa loro "mancanza", vivendola affettivamente, è l'esperienza del desiderio, quella in cui più di ogni altra il limite è in qualche modo confine, segno di una presenza che attrae e attende. La mancanza si compie non "colmandosi" o "risolvendosi", ma fuoriuscendo continuamente da sé, eccedendosi, perché la sua "misura", verrebbe da dire, è di natura infinita. 

Oggi sembra affermarsi sempre di più una concezione della condizione umana nei termini di una "assoluta immanenza", in cui la tensione dialettica tra finito e infinito viene tradotta nelle variazioni di potenza di una natura che è orizzonte a se stessa. O, se si vuole, elaborazione (e sublimazione) culturale dell'impossibilità all'auto-trascendimento. Una sorta di elaborazione del lutto... Verrebbe da chiedersi se il desiderio, come altre esperienze fondamentali dell'io, quali l'amore o la tristezza, la gioia o la paura o anche la più quotidiana inquietudine, siano adeguatamente decifrabili e risolvibili come semplici "passioni dell'anima" (o del cervello), o non siano anche una possibilità di fare esperienza della realtà come irriducibile alle nostre reazioni, e insieme come scoperta di un bisogno radicale, attraverso il quale si costituisce la nostra coscienza. La mancanza è un "segno". Ma soprattutto, di che cosa essa è segno?

E. Mazzarella: Una volontà d'immanenza, di tenersi e condursi cioè in proprio nel mondo, senza dipendere da nient'altro che dall'autogoverno di sé, è certamente il mainstream della modernità. Almeno di quella dell'uomo occidentale europeo; e transitivamente del modello che il suo successo storico-universale, mediato dalla scienza-tecnica, sta offrendo al mondo della globalizzazione. Una volontà che è anche un'etica; prima, patrimonio d'élites intellettuali che hanno aperto al moderno la sua strada e la sua specifica consapevolezza storica, poi costume sociale diffuso; oggi persino l'etica spicciola, un afferrare l'attimo al supermercato, leggibile nell'individualismo consumistico di massa. Un'etica dell'immanenza che si è fatta carico tra l'altro di far apparire anticata, questione al più devozionale di un bisogno privato, ogni apertura alla trascendenza. Forte dei suoi successi, procuratigli dalla scienza-tecnica, l'individualismo prometeico moderno ha provato a scrollarsi di dosso, una volta per tutte, la fragilità sempre sentita nei confronti della natura e della storia dalla vita, persino nei suoi individui meglio riusciti. 



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