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L'ANNUNCIO A MARIA/ Così il sacrificio ci rende uomini

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Paul Claudel (1868-1955) (Immagine dal web)  Paul Claudel (1868-1955) (Immagine dal web)

Ed è anche il vero miracolo. Nel terzo atto accade sì, un miracolo clamoroso — una risurrezione! —. Eppure il testo non si chiude lì: anzi apre la strada all'altro miracolo, che la risurrezione stessa significa: l'esperienza del perdono. Il prodigio potrebbe essere come un fuoco d'artificio, qualcosa che brucia solo il tempo che dura. Si potrebbe andar via, far finta che non sia mai successo. Mara ci prova: torna con la sua bambina, non dice nulla al marito. Ma c'è questo quarto atto, dove l'arte di Claudel raggiunge dei vertici di bellezza inarrivabili, dove si capisce che il perdono, lo sguardo amoroso sulla totalità della persona fino alla profondità del suo male e del suo mistero, è il vero punto sorgivo di una storia nuova, cambiata. «La terra è rinnovata», dice Anne Vercors nel finale. La rinascita di Montevergine, alle ultime battute, lo testimonia: il sacrificio e la misericordia hanno modificato il volto della terra. In modo definitivo, irreversibile. Tornarne indietro non si può.

Che nesso c'è fra "L'annuncio a Maria" e il titolo di questa edizione del Meeting, dedicata al tema della mancanza?
Nel testo di Claudel viene fuori chiaramente che la mancanza può essere e deve essere una strada. Non un difetto di fabbricazione nell'essere umano, ma la sua specificità, la sua grandezza. Ci sono personaggi a cui, teoricamente, non mancherebbe nulla per essere soddisfatti. Hanno "quello che basta". Ma il destino introduce questa mancanza perché tutti possano essere vivi, vivi davvero. La mancanza immette nella loro vita una strada attraverso cui "farsi umani". Il sacrificio diventa quindi non un incidente di percorso, ma la condizione stessa della pienezza.



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