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LETTURE/ Lo stupore di un'assenza come motore della ricerca

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Noam Chomsky (Infophoto)  Noam Chomsky (Infophoto)

Meno di 50 anni fa, nell'introduzione ad uno dei primi, se non il primo, saggio di neurolinguistica dove la linguistica non fosse relegata ad una caricatura che trattasse solo di suoni, segni e gesti, Eric Lenneberg, neuropsicologo di Boston, si trovava a scrivere: "Un'investigazione biologica del linguaggio deve sembrare paradossale dal momento che è così ampiamente ammesso che le lingue consistano di convenzioni arbitrarie di natura culturale". 

Questa visione comune oggetto della critica di Lenneberg non era affatto neutrale ed oggettiva, si basava sul pregiudizio secondo il quale il cervello umano fosse, almeno per quanto riguarda il linguaggio, una tabula rasa, come un hardware neutro, sulla quale fosse possibile far girare qualsiasi software, cioè qualsiasi sistema coerente di regole. A sua volta, questa visione era funzionale ad un'idea di uomo come macchina sofisticata senza caratteristiche speciali. Testimone di questa atmosfera di fiducia nella visione del linguaggio umano come algoritmo aspecifico è una frase del grande logico Yeoshua Bar-Hillel che, parlando del laboratorio di elettronica del Mit, dove tra l'altro iniziava a lavorare Chomsky, scrisse: "C'era al laboratorio la convinzione generale e irresistibile che con le nuove conoscenze di cibernetica e con le recenti tecniche della teoria dell'informazione si era arrivati all'ultimo cunicolo verso una comprensione completa della complessità della comunicazione nell'animale e nella macchina».

È stato proprio il lavoro di ricerca di Noam Chomsky, alla fine degli anni 50, a smontare questo pregiudizio e ad aprire di fatto la strada per uno studio del linguaggio umano in senso biologico, dove per linguaggio si è inteso in primis considerare quella caratteristica che lo rende unico rispetto a tutti i linguaggi di tutte le altre specie viventi: la capacità di ricombinare le parole in un insieme potenzialmente infinito di sequenze (la sintassi, cioè). Dalle sue parole emerge in sintesi il programma di ricerca che ha inaugurato: «Il fatto che tutti i bambini normali acquisiscano grammatiche praticamente comparabili di grande complessità con una notevole rapidità suggerisce che gli esseri umani siano in qualche modo progettati in modo speciale per questa attività, con una capacità di trattare con i dati e di formulare ipotesi di natura e complessità sconosciute».

Nell'incontro che si svolge oggi al Meeting cercherò di dare una prova concreta di come questa rivoluzione abbia spalancato le porte a nuovi domini di ricerca. Lo farò non in modo sistematico e cattedratico ma utilizzando la mia esperienza personale anche come studente di Chomsky al Mit, concentrandomi su due risultati concreti. È per me di grande importanza notare che la mia spinta verso la ricerca non nasce solo dalla curiosità per la comprensione di un fenomeno ma anche per il fascino che ho subìto rispetto ad un metodo che per la prima volta incontrai quando da ragazzo tradussi in italiano questa frase di Chomsky: "È importante imparare a stupirsi di fatti semplici".



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