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LETTURE/ Pierantonio Verga, l'arte è dare un nome al mondo

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Pierantonio Verga, Silente, 2011 (Immagine dal web)  Pierantonio Verga, Silente, 2011 (Immagine dal web)

Pierantonio Verga è stato uno di questi e già alla fine degli anni sessanta un finissimo conoscitore e interprete dell'arte come Giovanni Testori se ne rese conto e scrisse parole di straordinaria ammirazione per le prime opere di Pierantonio Verga, che ha proseguito la sua ricerca, estetica e morale, con una determinazione e purezza quasi ascetica. Se Fontana fu il suo primo maestro d'arte, un'altra figura fu fondamentale per la sua maturazione artistica e umana: Verga era nipote del grande architetto milanese Mario Bacciocchi, uno che era andato a costruire e progettare anche negli Stati Uniti, e che aveva uno sguardo sulla vita e sul mondo che Verga assorbì nella frequentazione quotidiana con lui. 

Anche questo mi venne raccontato da Verga stesso: Bacciocchi aveva incontrato un giorno don Orione, fu un incontro casuale, ma che segnò la vita dell'architetto e anche di Verga. Don Orione, sul marciapiedi di Milano, aveva visto Baciocchi con il figlio che aveva un grave problema alla gamba fin dalla nascita e non riusciva a camminare, aveva un'impalcatura di ferro lì intorno. Massimo si chiamava quel figlio. E quel figlio, disse don Orione su quel marciapiedi, da domani camminerà da solo. Il giorno dopo Bacciocchi cercò il prete perché Massimo camminava davvero. Bacciocchi fu quasi travolto da quel prete e per lui disegnò e costruì il Piccolo Cottolengo di Milano. E proprio lì portava il suo giovane nipote: fuggiva dallo studio e partiva con lui e la macchina piena di strumenti musicali, perché l'architetto era anche un musicista, e andavano a suonare lì nella casa del prete, per quei disgraziati che ridevano sempre quando arrivava l'orchestra. Si suona e si balla, diceva al giovane Pierantonio, e tirava fuori da una valigia dei pantaloni rossi lucidi, una camicia a quadri gialli e blu acceso dalla luce di un fulmine: diventava un mondo che faceva allegria a quegli storpi, a quei muti, a quelle facce attraversate da cataclismi e bufere, con teste schiacciate da un vento di disgrazia. Ma erano uomini come loro, come te, dicevano il prete e il Bacciocchi a Pierantonio. Quegli uomini non vedevano più Mario Bacciocchi e la sua fisarmonica, ma qualcosa attaccato alle loro mani, appeso ai loro occhi. Verga, mi diceva sempre, aveva imparato da loro, aveva visto con i loro occhi. 

Ecco, l'opera di Verga nasce da queste due grandi e umilissime visioni. I suoi quadri, le sue case, i suoi angeli, le sue spighe e poi su a ritroso fino ai campi o alle finestre delle prime opere così ammirate da Testori, hanno dentro questa tensione: l'umiltà di uno sguardo che sta di fronte al mondo e ne percepisce il mistero presente; il desiderio di custodire attraverso un'immagine essenziale e sempre più carnale nella sua rarefazione estrema quella realtà incontrata; la restituzione di quella realtà per condividerla con gli altri. 



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