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LETTURE/ Pierantonio Verga, l'arte è dare un nome al mondo

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Pierantonio Verga, Silente, 2011 (Immagine dal web)  Pierantonio Verga, Silente, 2011 (Immagine dal web)

Fare il quadro, per Verga, era una specie di battesimo, e anche in questo ecco la sua vicinanza a quel Luzi del Meeting: fare il quadro era dare un nome alle cose, alla spiga, al prato, alla terra e poi alla mancanza che in essi apriva al desiderio, all'attesa di un bene, di una casa per ciascuno di noi. I quadri di Verga, anche quelli proiettati sulla parete della sala del Meeting in cui accompagnavano le parole di Sant'Agostino, ci guardano dal loro silenzio: non spiegano, non fanno luce sull'amore e il dolore che attraversano, lo attraversano soltanto, se ne portano dentro l'odore, lo tirano in fondo, lo spingono in alto, lo allargano fino a farlo coincidere con gli occhi, a metterlo davanti al nostro, a diventarne padre e madre e custode. Le ultime sue opere sono quasi tutte case: case silenti, le case dell'angelo, la casa povera, la casa desolata, la casa sotto il cielo. 

Il critico d'arte Stefano Crespi, negli ultimi anni dell'attività di Verga, ha sempre testimoniato in modo commosso una predilezione particolare per questo ciclo di opere verghiane, parlando di "scritture smarrite di libertà, vita, luce nel deserto dei linguaggi contemporanei". Queste sue case, non sono più case, sono esseri fragili, cose di vetro, volti, braccia nel mondo, luogo trasparente  in cui il tutto dimora, in cui tutto viene portato perché sia custodito e ritornato; la casa siamo noi, ferita aperta, voce. 

Uno di questi quadri si chiama La casa del cuore: in uno scuro campo di nero che abbraccia la terra ed il cielo, che è il mondo della nostra fragile vita, c'è un'immagine grande, come di una casa sorretta sopra l'oro ed il blu. C'è una stella sopra la casa, forse è proprio l'ultima stella prima dell'alba, quella di cui parla Pavese e che accompagna chissà dove la luna. Ci sono due strisce di bianco, qualcosa che assomiglia a due pareti instabili e precarie, che in mezzo hanno un cuore appena accennato, stretto e allungato, quasi fosse compresso, schiacciato da chissà quali presagi e paure. Ma oltre la parete, fuori, nel campo grande di nero, nel mondo, c'è una croce che punta diritta sul cuore, a farlo certo, a farlo sicuro, a indicargli che si può gonfiare ancora, che la sua attesa non sarà inutile, che potrà costruire la sua casa, forte e grande come quella che sta solida sopra l'oro ed il blu. Che l'attesa è la certezza di un posto di caldo e di buono che un Dio fattosi Cristo ha pensato e voluto per noi. E' questa certezza, è questa profezia che il quadro di Pierantonio Verga ci mostra, in un'epifania dolorosa e gloriosa, di cui dobbiamo essere grati e che diviene per noi eredità e compito.

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