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LETTURE/ Pierantonio Verga, l'arte è dare un nome al mondo

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Pierantonio Verga, Silente, 2011 (Immagine dal web)  Pierantonio Verga, Silente, 2011 (Immagine dal web)

All'ultimo Meeting di Rimini c'era anche lui: alle spalle dei giovani attori che davano voce ai classici greci e latini, fino a Sant' Agostino, in un percorso intitolato "Ritorna in te stesso", venivano proiettate alcune opere di Pierantonio Verga. Chi ha curato l'allestimento dello spettacolo mi ha detto di avere scelto quelle immagini perché "in nessun artista contemporaneo emerge con così limpida e inquieta purezza la domanda del cuore dell'uomo che si apre alla realtà attraverso uno sguardo così stupito e una voce così intensa e commossa". Quella voce si è spenta proprio mercoledì: mentre si chiudevano i battenti del Meeting, Pierantonio Verga finiva la sua battaglia con una malattia che lo aveva consumato e prosciugato e che però non gli ha impedito di proseguire la sua opera fino a pochi mesi dalla morte.

Giovanissimo allievo di Lucio Fontana negli anni sessanta, lui stesso mi raccontava di avere imparato proprio da questo grande maestro che quando si fa un quadro l'ultimo pensiero dev'essere un quadro, il primo invece dev'essere il mondo. Ai suoi giovani collaboratori, come riferisco nel mio libro Casa di vetro in cui descrivo la parabola umana e artistica di Pierantonio Verga, Lucio Fontana insegnava che non ci si doveva preoccupare di imparare a dipingere, ma ci si doveva preoccupare del mondo, di guardarlo dritto negli occhi: l'artista, diversamente dal pittore, diceva Verga, non fa il quadro, usa colori, pennelli e ogni altra cosa per inventare una lingua, cioè dare un nome al mondo. E, sulla scia di Fontana, Verga ogni volta che parla della sua opera non parla di materia o materiali: o c'è una lingua, o si scrive e riscrive il mondo, oppure non c'è il quadro, non c'è niente, diceva. 

Diceva che occorreva guardare il mondo e guardare in alto, stare sulla soglia e vedere cosa succede dietro le cose. Fontana tagliava il quadro per questo, diceva Verga, non perché voleva andare oltre la pittura, ma perché voleva andare a scoprire quale promessa poteva dimorare oltre la terra, oltre il confine della tela e del mondo. Dopo Fontana si poteva continuare quella ricerca o spettacolarizzare l'arte, copiare all'infinito il gesto eclatante, abbandonare il linguaggio dei colori e della tela e abbandonarsi alla provocazione. L'arte contemporanea ha proseguito massicciamente su questa seconda strada e il mercato e la critica hanno inseguito questa facile e talvolta mistificante deriva; solo alcuni, invece, hanno raccolto la sfida di una ricerca che, consapevole della fine di un mondo, ha continuato a credere alla pittura come a uno spazio e a un tempo convocati insieme in un atto che era come una nuova nascita, un procreare, un diventare la terra come un germoglio, una speranza. 



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