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LETTURE/ In Jung e Kerényi il "segreto" dell'ultimo Pavese?

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Cesare Pavese (1908-1950) (Immagine dal web)  Cesare Pavese (1908-1950) (Immagine dal web)

Sichera asseconda in maniera aderente le scansioni di un'irrisolta nostalgia di appartenere, che sembra aperta all'avvenimento della presenza, disponibile a compromettersi fino in fondo, eppure si incrina e finisce per decadere di fronte alla pressione di un'ora drammatica, in cui una retata dei tedeschi porta via Cate e i suoi amici. La responsabilità del passo indietro, della fuga angosciata di Corrado, in cerca di un rifugio dove sentirsi al sicuro, andrà attribuita all'eccesso di riflessione che segna questo personaggio, distinguendolo da chi vive con spontaneità e coraggio? L'antinomia di conoscenza e azione è centrale nel romanzo, che cerca il chiaroscuro tra il sapere del maturo professore e l'inconsapevolezza felicemente ardita dei giovani partigiani; eppure va riscontrata, e Sichera lo sottolinea, anche l'articolazione tra un pensiero che esclude e un pensiero che partecipa, presenti l'uno e l'altro, con alterna incidenza, in Corrado: il problema non è dunque il sapere come tale, da redimere, se possibile, nel solco di una ritrovata immediatezza. 

Con analoga precisione, Sichera valuta l'avvicendarsi, nel protagonista, di una preghiera-rifugio e di una preghiera risveglio, quella che nasce di fronte ai tedeschi uccisi in un agguato dei partigiani: non ricade necessariamente, la preghiera, nella contemplazione inerte che congiura con la passività, ma può essere, lasciamo la parola allo studioso, «spazio di un affidamento, di una speranza, di una tensione dell'anima verso l'Altro, per altri». L'esperienza fatta da Pavese a Casale Monferrato nel 1943-44, quando era ospite sotto falso nome dei Padri Somaschi, doveva possedere questo spessore, come assicura padre Baravalle nella testimonianza pubblicata da Gianfranco Lauretano (La traccia di Cesare Pavese, Rizzoli). 

Ha ragione, Sichera, quando associa La casa in collina a un capolavoro della letteratura della crisi come Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij; così come coglie nel segno sottolineando l'incidenza sulla Luna e i falò di un'opera centrale nella cultura di pieno Novecento, i Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia, esito della collaborazione fra Carl Gustav Jung e Károly Kerényi. Proprio Pavese aveva portato in Italia, promuovendone la traduzione presso Einaudi, quel libro a quattro mani, dove una nuova terapia analitica si sposava con l'antropologia religiosa. I miti, sosteneva Kerényi, sono l'infanzia dell'umanità; la risalita a quei primordi, faceva notare Jung, è analoga al lavoro dell'analista, proteso verso l'infanzia del singolo. E in effetti, la struttura della Luna e i falò s'impernia sull'avvicendamento di stagione infantile ed età adulta, di immedesimazione inconsapevole col mondo e distanza critica al tempo stesso accorta e infelice; né manca un tentativo di integrazione, il tentativo che il protagonista, Anguilla, tornato nelle Langhe dall'America, si sforza di attuare, ritrovando i luoghi dei suoi primi anni, rispecchiandosi nell'adolescenza di Cinto. 

Indubbio che Pavese abbia tenuto presente l'indicazione di Jung sulla necessità di integrare l'Io cosciente con l'imprescindibile sostrato dell'inconscio collettivo e dei suoi archetipi, fino al traguardo del Sé, la personalità non più unilaterale, ma finalmente intera. Ugualmente certo che lo scrittore piemontese si sia impegnato a ricondurre in quest'alveo la stessa testimonianza biblica, assumendo il peccato originale come transizione dal non sapere al sapere, e curvando in questa direzione il richiamo evangelico a ritornare come bambini. Su tutto questo, non si può che consentire con Sichera; il quale raggiunge una conclusione inevitabile, quando evidenzia la volontà di Pavese di reinterpretare, attraverso il nuovo romanzo, lo spartito della Casa in collina.  



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