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LETTURE/ In Jung e Kerényi il "segreto" dell'ultimo Pavese?

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Cesare Pavese (1908-1950) (Immagine dal web)  Cesare Pavese (1908-1950) (Immagine dal web)

In questo modo, l'analisi di Sichera ci conduce alla soglia di un nuovo problema, tutto da sondare: se il traguardo conoscitivo rappresentato dall'incontro con Jung e Kerényi, possa davvero costituire, a ritroso, la chiave per intendere tutta la produzione terminale di Pavese, come sembra indicare l'intentio dell'autore. Non è, evidentemente, un nodo che si possa sciogliere in questa sede; ma ci sono, a non dir altro, sporgenze della Casa in collina che eccedono la griglia mitico-analitica. Limitiamoci a un punto (non secondario). All'altezza della Luna e i falò — il romanzo che celebra la vittoria delle stagioni sugli anni e che riconosce nei roghi accesi dai contadini un ancestrale rito propiziatorio, in vista dell'eterno ritorno di fioriture germinate dalle ceneri — la morte è riassorbita entro la vicenda circolare delle mutazioni dell'essere; in sostanziale accordo coi Prolegomeni, dove lo spegnersi della singola esistenza rientra in un ciclo sopraindividuale, nel continuo riequilibrio delle morti attraverso le nascite, secondo il ritmo di un mondo sussistente in perpetuo. Ma come conciliare quest'ottica con il sussulto che chiude la Casa in collina, lasciando intatto lo squarcio e lo scandalo? «Ora che ho visto cos'è la guerra, cos'è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: — E dei caduti che facciamo? perché sono morti? — Io non saprei cosa rispondere». Sarebbe, peraltro, improprio segnare un confine troppo marcato tra romanzo e romanzo: il discrimine che abbiamo intravisto passa in realtà all'interno di tutto l'ultimo Pavese (e forse, era in incubazione già prima). 

Potrà sorprendere che il volume di Sichera si concluda con una Lettera a Pavese, nella quale il critico si mette in gioco radicalmente, si spinge fino a un paragone personale coi loci infiammati dell'autore in esame (puntando, in particolare, sui Dialoghi con Leucò). Sorprenderà sicuramente. Siamo eredi, magari a nostra insaputa, di alcuni dogmi novecenteschi: il carattere autoreferenziale del testo, la morte dell'autore, il dovere del critico di spogliarsi, nell'analisi, di ogni personale sentire, di ogni intima convinzione e domanda sulla realtà. Da parte sua, Sichera è convinto che l'ermeneutica comporti invece un coinvolgimento intero dell'interprete, coinvolgimento, beninteso, non come destituzione del testo di partenza, in una lettura mirante a farsi abusivamente creazione, ma come effettivo dialogo.

In altra sede, Sichera ha tematizzato questa impostazione: «primum della lettura», scrive in Ceux qui cherchent en gémissant, inchiesta sul Deus absconditus e sulla ricerca tentata dalla scrittura letteraria, è «il dialogo intimo, serrato, fra un io che ascolta e reagisce e un tu — la parola del testo, appunto — che chiama, che inquieta e vuole parlare "oggi"». Questo dialogismo dell'interprete mira a sorprendere, nel libro-interlocutore, «una parola "buona", una parola autentica, per sé e per altri». Se la letteratura oggi è in pericolo, come avvertiva Todorov, a motivo di una teoria che ne ha decretato la presunta separatezza rispetto al reale, l'incompatibilità con l'universo dei discorsi vivi, c'è fondata ragione di credere che la scelta di dialogare con l'autore possa aprire una stagione diversa, dove il libro sia l'occasione di un incontro, aiuti a vivere.

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