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LETTURE/ In Jung e Kerényi il "segreto" dell'ultimo Pavese?

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Cesare Pavese (1908-1950) (Immagine dal web)  Cesare Pavese (1908-1950) (Immagine dal web)

«A metà degli anni novanta, scrivevo che il tempo della fortuna di Pavese era ormai finito, come testimoniava il vistoso calo di interesse critico. Mi accorgo ora che avevo torto». L'ammissione è di Antonio Sichera; e inaugura il suo Pavese. Libri sacri, misteri, riscritture, pubblicato di recente da Olschki, nella collana Polinnia. Al suo attivo, Sichera ha un'esperienza quasi ventennale di confronto con lo scrittore piemontese; questo volume, ripresentando saggi già editi, aggiungendo nuovi contributi e raccogliendo gli uni e gli altri in una prospettiva unitaria, rappresenta un consuntivo o, magari, la debita messa a punto prima di riavviare l'avventura interpretativa. In ogni caso, l'esame personale, unito alla verifica, in presa diretta, della risposta dei lettori, specie dei più freschi, ha maturato un riconoscimento fermo, indipendente dagli umori alterni della critica: Pavese è vivo «perché i suoi testi, portati nelle aule, universitarie o scolastiche che siano, parlano ancora ai loro giovani interlocutori», riuscendo «a coinvolgere, ad emozionare, a farsi sentire attuali». Il classico si annuncia per la sua capacità di farsi contemporaneo; così come lo scrittore prigioniero della sua epoca diviene con l'andar degli anni sempre meno leggibile, ammesso e non concesso che lo sia mai stato (emblematico il caso di qualche preteso "maestro" novecentesco, già oggetto di convegni e tesi di laurea, e adesso appannaggio di cultori fuori tempo massimo, magari con la superstite pretesa di propagandare un gusto degno di definitivo pensionamento).  

Il libro di Sichera sonda fasi successive e versanti complementari di una produzione tanto omogenea nelle tensioni di fondo quanto diversificata per approfondimenti e per generi: l'esordio di Pavese e la sua maturità, la poesia e i romanzi. Sullo sfondo, le guide cui lo scrittore si rivolgeva a preferenza: gli americani ovviamente, su tutti Whitman, Steinbeck e Hemingway, ma anche gli europei Dostoevskij e Joyce, poiché l'apprendista stregone sensibilissimo alle novità d'oltreoceano non trascurava per questo il vecchio continente, come comprovano le sue scelte in campo filosofico e antropologico, l'attenzione a Nietzsche, Frazer, Jung, Kerényi, senza dire che sul suo scrittoio c'erano pure la Bibbia e (solitamente non lo si nota) Francesco Petrarca. Grazie al vademecum che Sichera offre, ogni appassionato di Pavese potrà constatare, se non l'ha già fatto, che leggere Lavorare stanca o Paesi tuoi controllando, con la coda dell'occhio, la grande letteratura occidentale, e magari la mitologia comparata e la psicoanalisi, porta a un effettivo incremento della comprensione, e perciò del piacere della lettura.

La stretta finale di questa indagine riguarda La casa in collina e La luna e i falò, i due romanzi realizzati in rapida successione e strettamente appaiati dal punto di vista tematico, in quanto romanzi della guerra. Il primo è inaugurato da uno scenario di solitudine, che è l'opzione e lo stigma di Corrado, l'intellettuale cinicamente contento di non avere affetti, di non essere legato a nessuno, eppure destinato a subire il contraccolpo inatteso di un incontro che si rinnova a distanza di anni, quello con Cate, la donna amata in giovinezza e adesso madre di un ragazzo, Dino, forse frutto dell'antica relazione. 



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