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LETTURE/ Spaemann, i cattolici e il dilemma del passato

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Robert Spaemann (Immagine d'archivio)  Robert Spaemann (Immagine d'archivio)

La stessa attività del dubitare non sarebbe possibile senza presupporre contenuti di pensiero che non mutano in quanto ancorati alla realtà; e Spaemann non esita a considerarsi «scettico» (p. 70), non nonostante, ma proprio in quanto, almeno in parte, dogmatico. Va letta in quest'ottica la sua vicinanza, durante gli studi all'Università di Münster (tra il 1945 e il 1952) e il periodo di consulenza presso l'editore Kohlhammer di Stoccarda (1952-1956), a pensatori che si sforzavano di mettere in luce il debito della modernità nei confronti della tradizione (Joachim Ritter, Gabriel Marcel, Henri de Lubac, Jean Daniélou, Jacques Maritain, Étienne Gilson, Karl Löwith, Leo Strauss); ma anche la scelta di dedicare la tesi di dottorato in filosofia (1952) alla critica del visconte Bonald alla Rivoluzione francese e la tesi di abilitazione in filosofia e pedagogia (1962) alla controversia di fine XVII secolo tra Fénelon e Bossuet sull'amore dell'uomo a Dio: secondo Spaemann la questione se l'uomo dovesse amare Dio per Se stesso (Fénelon) o in quanto garante della propria autoconservazione (Bossuet) presupponeva quel concetto non teleologico di natura (introdotto in ambito giansenista e cartesiano all'inizio dell'età moderna), secondo cui l'uomo, non essendo naturalmente aperto a Dio come proprio fine, vi può tendere esclusivamente o rinunciando alla propria natura o "utilizzando" Dio per conservarla. 

Il suo libro del 1963 su Fénelon gli valse, nel 1969, la chiamata a successore di Hans Georg Gadamer sulla cattedra di Filosofia ad Heidelberg che era già stata di Karl Jaspers e apriva a una riflessione destinata a durare un trentennio. La questione della teleologia, ivi trattata, fu infatti al centro dei suoi interessi durante i vent'anni di insegnamento all'Università di Monaco (1972-1992), quando l'approfondimento della filosofia pratica lo avrebbe portato a non rifiutare l'etichetta di "realista metafisico" (se ciò significava ammettere «una realtà che non è realtà solo per me», p. 240) e a confrontarsi con la teorizzazione della riduzione del pensiero umano ad attività cerebrale: la scienza naturale «può descrivere come il processo del pensiero coinvolga determinate aree del cervello. Tuttavia che cosa venga pensato, questo non può illuminarlo» (p. 239). 



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