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LETTURE/ L'arte distrutta e quella "domanda" a cui non sappiamo rispondere

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Anche Leptis Magna farà la fine di Palmira? (immagine dal web)  Anche Leptis Magna farà la fine di Palmira? (immagine dal web)

Eccole le due forze, intrattabili, ingestibili, che agiscono su di noi. Eccole le due forze che premono in un'opera d'arte, oltre alla memoria. La bellezza è una forza che ci invita ad una dismisura, ad un allargamento della nostra misura: ci inquieta proprio perché apre in noi finestre su ciò che ci supera, su ciò che esonda dal nostro perimetro, dal nostro limite, crea sproporzioni rispetto a noi stessi. "L'infinito lavora nel finito" avrebbe detto Mario Luzi. La bellezza, scrive Charles Baudelaire, è "un grido ridato da mille sentinelle, / un ordine rilanciato da mille messaggeri: / è un faro acceso su mille cittadelle, / un richiamo di cacciatori perduto nei grandi boschi! / Perché veramente, Signore, la miglior testimonianza / che noi possiamo dare della nostra dignità / è questo ardente singhiozzo che va di era in era / e viene a morire al confine della vostra eternità!".

La bellezza ci inquieta perché, che lo si senta consapevolmente o meno, è un ardente singhiozzo d'eterno, è una ferita che apre in noi misure fuori dalla nostra.

Ma anche l'altra forza apre alla dismisura: il potere. E non intendiamo per potere lo scettro, il trono, l'autorità. Il potere che agisce in un'opera d'arte, contendendosi lo spazio con la bellezza, è il potere come potenzialità, ciò che possiamo, ciò che è nel nostro possibile. L'arte (la perizia umana del fare artistico) ci inquieta perché abita gli spazi pressoché sconfinati della potenzialità, della possibilità. Se già nel 1330 a.C. era possibile creare una maschera mortuaria straordinaria come quella di Tutankhamen, se intorno al 450 a.C. l'uomo poteva arrivare a creare, come ha fatto Mirone, la bellezza estrema del Discobolo, se è stato possibile creare il sarcofago etrusco degli Sposi, o il Toro alato e Gilgamesh da Khorsabad, o il Colosseo, o la basilica di Sant'Ambrogio, o le chiese rupestri di Matera, o la Divina Commedia, o la sinfonia n. 9, quanta possibilità, quanto potere è nelle nostre mani, nel nostro ingegno, nelle nostre creazioni? 

Sono queste le forze che, in modo magistrale o in modo più tenue e meno visibile, si contendono lo spazio dell'opera d'arte. La bellezza, il potere e, col passare del tempo, la memoria. E dunque, quando vediamo una violenza bruta abbattere un'opera, ci turba perché, anche se quella statua, quei bassorilievi, quei templi, sono stati fatti da popoli diversi dal nostro, da civiltà lontane dalla nostra, noi sentiamo comunque che queste due-tre forze, queste due-tre dismisure, ci riguardano, ci toccano in quanto uomini, in quanto creature.     

Queste forze non indirizzano di per sé al bene (la bellezza non salverà il mondo). Ci aprono a dismisure, ma poi come reagisce la persona, o un popolo, a queste dismisure, dipende soltanto da loro. Queste forze ci spalancano all'inaudito, all'inespresso, all'intentato. Come poi reagire a questi territori "nuovi", a queste tensioni che superano la nostra misura, la singola persona, o un popolo, dipende esclusivamente da quell'altra forza umana che si chiama libertà. 


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Luca Nannipieri, giornalista ed esperto d'arte, tiene una seguitissima rubrica su RaiUno nell'ambito della trasmissione Caffè di RaiUno: "SOS Patrimonio artistico", dedicata ai tanti luoghi, spesso accanto alla casa degli italiani ma negletti e dimenticati, che testimoniano la bellezza della nostra storia e della nostra cultura. Qui il link a tutte le puntate uscite.



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