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RUSSIA/ "Lui ti guarda": l'amore di Dio, l'appuntamento (mancato) di un popolo

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Andrej Rublëv, Cristo Salvatore (XIV sec.) (Immagine dal web)  Andrej Rublëv, Cristo Salvatore (XIV sec.) (Immagine dal web)

Questa icona, che "riporta forse il ritratto di Gesù più bello della storia dell'arte", andò perduta per molti secoli. Fu ritrovata solo alla fine dell'Ottocento, nell'abitazione di contadini che l'usavano come asse di passaggio per accedere a una stalla, capovolta verso il basso, si direbbe completamente ignari della ricchezza preziosa che la tavola recava sulla sua fragile superficie. L'incredibile condanna al contatto con l'umidità della terra aiuta a rendere ragione dell'ampio dilavamento subìto dal colore originario. Ma per ogni autentico estimatore dello spirito religioso tradizionale della santa Madre russa, l'esito raggiunto, che ha risparmiato la sostanza più alta del messaggio iconografico veicolato, non può essere visto come il frutto di una casualità naturale. Appare certamente un fatto prodigioso che sia stato proprio e unicamente il volto di Cristo a conservarsi integro, a fronte della perdita di tutto il resto.

Non è comunque irriguardoso cercare di unire lo stupore ammirato con cui si sta davanti alla forza di suggestione dell'icona con una riflessione più ampia sulla grande storia collettiva di cui l'immagine è un segno clamorosamente eloquente. Ogni icona porta con sé un enorme valore di investimento emotivo: le si creava in funzione della preghiera adorante di cui le icone volevano essere elemento trainante, come accade ancora oggi per i devoti ortodossi che affollano le chiese d'Oriente — le donne velate — prostrandosi davanti alle immagini sacre, accendendo candele, facendosi ripetuti segni di croce, baciando senza pudore i dipinti-reliquia distribuiti in ogni angolo dell'edificio di culto. I segni esteriori della pietà popolare rimandano di per sé alla nobile solidità di una tradizione che viene da secoli per noi lontanissimi: l'icona è la punta affiorante del mondo che ha creato il modello e definito i canoni classici dell'arte religiosa dei nostri fratelli nella fede, figli della missione di Cirillo e Metodio.

Non sono un esperto di icone e non conosco se non superficialmente la storia del popoli balcanici e del mondo russo. Ma visitando le chiese di Mosca e degli altri centri dell'area ortodossa, o anche solo completando il percorso delle sale della Tretjakov, è difficile resistere alla sensazione che l'arte delle icone abbia toccato il suo culmine insuperato tra Tre e Quattrocento, al tempo di Teofane il Greco e, appunto, Rublëv. Attraverso un graduale sviluppo, con la gemmazione di varie scuole monastiche o di derivazione principesca e imperiale, da Costantinopoli trapiantandosi nel dominio in via di lenta affermazione della "Terza Roma" decollata al di sopra di Kiev, di Novgorod e di Vladimir, l'arte sacra ortodossa, sempre a scrupoloso servizio della liturgia della Chiesa e del culto privato dei fedeli, ha progressivamente fissato i codici di un'arte ritenuta più di ispirazione divina che opera creativa dell'uomo, artefice di una bellezza pallida eco della luce paradisiaca dell'altro mondo.  



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