BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

RUSSIA/ "Lui ti guarda": l'amore di Dio, l'appuntamento (mancato) di un popolo

Pubblicazione:

Andrej Rublëv, Cristo Salvatore (XIV sec.) (Immagine dal web)  Andrej Rublëv, Cristo Salvatore (XIV sec.) (Immagine dal web)

Sacralizzando i suoi modelli iconografici di altissimo prestigio, impregnati di un tasso teologico-agiografico affidato al gioco delle corrispondenze di raffinati simbolismi parlanti, l'icona ha coltivato il bisogno di replicare continuamente sé stessa. La fedeltà ostinata a una tradizione venerata ha scavalcato il valore della reinvenzione a partire da una prospettiva dinamica. Così la tradizione si è salvaguardata, ma è anche rimasta bloccata nei suoi schemi di sostegno.

Si può forse dire che l'arte medievale delle icone, una volta portata alla sua perfezione stilistica e di contenuto, non abbia conosciuto un suo Rinascimento orientale e non sia stata più capace di riformularsi creativamente in chiave moderna. Le icone del Sei-Settecento sono più una replica dei modelli antichi che non il frutto del loro ripensamento in funzione dei nuovi bisogni e dei nuovi linguaggi di una cristianità che ormai si stava aprendo alle forze anche più dialettiche e ostili dello sviluppo europeo; oppure sono un'imitazione di tipo subalterno che risente dell'influsso estetico occidentale contaminato con il vecchio gusto orientale di derivazione bizantina. 

Forse per questo non c'è più stato un secondo Rublëv, né ci sono stati un Michelangelo, un Caravaggio o un Rubens in versione devota ortodossa. Non c'è stato il realismo dell'arte occidentale di matrice cristiana. Alla fioritura dei tempi d'oro della prima ortodossia greca e poi slava, è seguito un periodo di assestamento e di tutela gelosa della tradizione che ha accentuato il bisogno della difesa e ha divaricato, alla fine, la pietà religiosa dalle correnti della cultura, del pensiero e della società trascinati verso una crescita a lungo egemonizzata dai fulcri mediterranei e nord-atlantici della trasformazione che ha collocato l'Europa al centro del mondo.

Riaffiora così il problema cruciale dei conti che bisogna sempre tenere aperti tra la continuità della tradizione religiosa europea e l'emergere, al suo interno e in vivace dialettica con essa, dello spirito della modernità. Quando la confluenza con le richieste della modernità si fece irresistibilmente sentire anche nel cuore dell'Impero russo, erede degli antichi prìncipi cristiani della Moscovia sul confine orientale del continente europeo, in particolare dal Settecento in poi, il tessuto di base della cristianità ortodossa si trovò forse meno preparato, rispetto a quello della sua sorella latina, a reggere l'urto delle spinte di cambiamento, che urgevano una radicale inversione di logica.

Troppa acqua era ormai passata sotto i ponti, dai tempi del santo principe guerriero Alessandro Nevskij. Semmai il futuro stava dalla parte dei santi starets.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.