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LETTURE/ Quando i media (occidentali) "lavorano" al fianco del jihad

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Se è vero che bisogna stare dentro la realtà per poterla raccontare è anche vero che per poterla capire in profondità c'è bisogno di tempo e di un minimo di distacco. Nel caso dell'attentato che colpisce i redattori della rivista satirica francese, si chiede la Maggioni, "fino a che punto lo spirito di Charlie va protetto e garantito"?

Da varie parti del mondo arrivano suggestioni e contributi che aiutano a riflettere. Sul New York Times, per esempio, David Brooks scrive che se quelle vignette e quello stile irriverente verso un credo religioso fossero stati usati in un campus americano "non sarebbero durati più di 30 secondi". E lo stesso Papa Francesco, pur dentro un discorso di salvaguardia della libertà di espressione, durante una conferenza stampa coi giornalisti in aereo afferma: «Se qualcuno dice una parolaccia contro mia mamma, gli spetta un pugno». E, infine, lo scrittore libanese Dyah Abou Jahjah offre un ulteriore argomento: «Io non sono Charlie. Sono Ahmed, il poliziotto morto. Charlie ha preso in giro la mia fede e la mia cultura e io sono morto per difendere il suo diritto a farlo».

La riflessione mette meglio a fuoco i fatti. Non è più in gioco, soltanto, l'universo jihadista: siamo noi. Ci tocca riflettere (vedi la Grande Marcia di Parigi) sui valori in cui crediamo e che accomunano le nostre realtà europee, sul senso del nostro lavoro e della nostra azione.

Siamo chiamati a ragionare sul valore simbolico della nostra libertà, che se rimane vuota di contenuti e di responsabilità, diviene strumento per giustificare qualsiasi scelta.

Un mese dopo i fatti di Parigi, il Corriere della Sera pubblica un intervento di Julián Carrón che pone alcune domande scottanti: «Ma un mese dopo, quando il tran tran della vita quotidiana ha preso di nuovo il sopravvento, che cosa è rimasto? (…) Quando coloro che abbandonate le loro terre arrivano da noi alla ricerca di una vita migliore, quando i loro figli nascono e diventano adulti in Occidente, che cosa vedono?" (J. Carrón, "La sfida del vero dialogo dopo gli attentati di Parigi, Corriere della Sera, 13 febbraio 2015). In Occidente, è vero, abbiamo la libertà, la democrazia, i diritti, ma se questi valori non vengono resi vivi da uomini e donne che ne facciano vedere la desiderabilità, essi restano pura astrazione sopraffatta dalla concretezza di una vita contrassegnata da cinismo, corsa al successo, consumismo, noia.

La riflessione si può spostare anche sul lavoro giornalistico, che non è mai un lavoro neutro. Noi giornalisti non siamo uno specchio che riflette passivamente la realtà. Siamo un filtro, ma possiamo essere anche — per usare l'espressione della Maggioni — "agenti inconsapevoli della riproduzione del reale". 



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