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LETTURE/ I "nuovi diritti" al bivio tra nichilismo e ragione

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L'uso del linguaggio dei diritti in questo mutato contesto ha prodotto: un'attrazione inflazionistica di tutti gli aspetti della vita umana nell'ambito del "giuridico", la cui caratteristica (rispetto al morale o all'etico) è quello di essere realizzabile coattivamente, cioè con la forza, con la paradossale conseguenza di  ridurre la libertà e correlativamente anche la responsabilità, che è sempre legata alla possibilità di scegliere, facendo di tutti noi degli eterni adolescenti; una visione dei bisogni nella prospettiva egoistica del singolo, anziché della comunità; l'oblio delle stesse "condizioni di fattibilità" della realizzazione coattiva di taluni comportamenti, quasi che il limite creaturale non esistesse più; un approccio emozionale al diritto, con una progressiva separazione del sentimento dalla ragione e con una riduzione di quest'ultima a mero espediente retorico, con cui giustificare a posteriori decisioni che si sono prese altrimenti sulla base di convinzioni ultime che restano sottratte al dibattito, con l'ulteriore conseguenza di provocare decisioni contraddittorie e ondivaghe, a seconda del variabile umore dei tempi, fino a far venir meno la prevedibilità delle decisioni giudiziarie.

Il superamento della deriva inflazionistica e il recupero di uno scambio comunicativo non solo emozionale, ma anche ragionevole — con il "cuore" nel senso ebraico, che vi vedeva anche la sede dell'intelletto — non possono che passare attraverso la ripresa di una discussione sui "fondamenti", in modo da non perdere le conquiste che il linguaggio dei diritti ha consentito, in altri contesti storici, ma senza pervenire a quell'esito nichilistico verso il quale ci si sta inconsapevolmente avviando, distruggendo quel minimo di certezza, indispensabile alla sopravvivenza di qualsiasi ordinamento.

Ben vengano quindi convegni — come quello organizzato in questi giorni a Roma dal Centro studi filosofici di Gallarate — su "legge naturale" e "diritti umani". Forse il riferimento alla "legge naturale" è uno strumento spuntato o è stato progressivamente ridotto a un "guscio vuoto", ma in questo mutato contesto è già un risultato riprendere una seria discussione sui fondamenti dei diritti — non tutti fondamentali — e far convergere sul tema non solo l'attenzione dei giuristi, ma anche quella dei filosofi e dei teologi, perché la sfida attuale del "linguaggio dei diritti" ha bisogno di prospettive e visioni plurime e di un confronto di esperienze professionali e di studio che possano illuminare ciascuna, dalla propria disciplina, un aspetto della realtà.

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