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LETTURE/ "L'anima smarrita": Pietro Barcellona riaccende le lucciole di Pasolini

"L'ideologia delle neuroscienze ci sta espropriando dell'anima". Parola di Pietro Barcellona, filosofo scomparso due anni fa. Esce postumo, "L'anima smarrita". GIUSEPPE DI FAZIO

Pietro Barcellona (1936-2013) (Immagine d'archivio) Pietro Barcellona (1936-2013) (Immagine d'archivio)

In una sera d'inverno del 2013, ad Ascona in Svizzera, il giurista-filosofo Pietro Barcellona lanciò un grido d'allarme agli intellettuali invitati dalla prestigiosa Fondazione Eranos: «L'ideologia delle neuroscienze ci sta espropriando dell'anima». Detta da un filosofo che era stato deputato del Pci e che aveva vissuto il comunismo come una religione, la frase non poteva cadere nel vuoto. Barcellona era stato invitato a tenere una relazione alla sessione annuale delle "Eranos-JungLectures" che proprio quell'anno avevano per tema "L'anima ai tempi delle neuroscienze". Fabio Merlini, il presidente della Fondazione, ricorda che il professore abbandonò il testo scritto che aveva preparato e cominciò a parlare a cuore aperto, offrendo ai presenti una testimonianza di vita e di pensiero. Pochi mesi dopo, il 6 settembre 2013, Pietro Barcellona sarebbe morto, logorato da una inarrestabile malattia.

Ma su quelle intuizioni espresse ad Ascona, il filosofo catanese continuò a lavorare fino all'estate realizzando un saggio, L'anima smarrita, che esce postumo per i tipi di Rosenberg&Sellier (2015).

L'intuizione di Barcellona è semplice e drammatica: l'essere umano nel mondo delle neuroscienze è ridotto a un automa, a «un registratore di cassa, connesso via Internet a una contabilità generale», così diventa una «macchina per sopravvivere senza vivere».

L'anima, infatti, è la "porta del mistero", ma se la azzeriamo escludiamo dall'orizzonte umano le idee stesse di soggettività, libertà e responsabilità, mettendo in discussione lo statuto antropologico.

Barcellona fu appassionato cercatore di un senso della vita e della morte. E si ribellò con tutte le sue energie contro i teorici del post-umano che definiscono quella ricerca una illusione dettata dall'ignoranza. Mentre scriveva le pagine del suo saggio, Barcellona era ormai alle prese col male oscuro che lo avrebbe divorato. Ma anche, e soprattutto, nell'esperienza del dolore cercò un perché: «Il dolore — scrive — è il più grande mistero della nostra condizione, perché lega indissolubilmente la storia di ciascuno al senso dello stare al mondo». La ricerca del senso è legata alla narrazione, senza la quale «il tempo [diviene] una potenza distruttiva». Attraverso la memoria e il racconto, invece, «il tempo diventa tradizione e rapporto fra le generazioni».

Il filosofo siciliano analizza due applicazioni dell'ideologia del post-umano al mondo di oggi: nel campo del diritto e dell'economia finanziaria. L'introduzione della possibilità di utilizzare nei processi penali la diagnostica per immagini e di sostituire le indagini psicologiche sulla personalità dell'imputato con «l'analisi dei flussi sanguigni in rapporto agli stimoli elettrici ricevuti dall'apparato sensoriale» determina una rivoluzione nell'idea stessa del processo: «Colui che prima era il presunto colpevole di un reato di violenza, oggi diviene soltanto un essere socialmente pericoloso ma 'incolpevole', da trattare farmacologicamente e talvolta persino chirurgicamente con interventi di modifica della morfologia cerebrale».

Interessanti sono pure le osservazioni che Barcellona ci offre sul potere finanziario che «ha di fatto sequestrato tutta la fede e tutto il futuro»: la banca ha preso il posto della chiesa.