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ARMENIA/ La terra della croce, "profezia" dei martiri di oggi

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La cultura scritta era tenuta in altissima considerazione nell'antica Armenia, così come l'oggetto fisico del libro; un ignoto copista del XIV secolo annotava su un codice che «Per lo stolto il manoscritto non vale niente, per il saggio ha il prezzo del mondo»: è un legame, quello dell'Armenia con la cultura scritta, che risale alla creazione dell'alfabeto armeno da parte di san Mesrop Maštoc' all'inizio del secolo V, rivelatasi fondamentale per la conservazione dell'identità culturale di un popolo sempre stretto tra vicini più potenti.

Delle tante traversie affrontate dagli armeni in lunghi secoli di storia, nulla è paragonabile alla tragedia patita dalle comunità soggette all'impero ottomano tra il 1915 e il 1917, con strascichi negli anni immediatamente seguenti: è quello che gli armeni chiamano Metz Yeghérn, il Grande male, a buon diritto considerato, pur tra mille polemiche, il primo genocidio della storia del Novecento. Paradossalmente fu un movimento politico che, già dal nome, Unione e Progresso, si voleva moderno, laico e riformatore a concepire freddamente l'eliminazione della popolazione armena dal suolo turco. Preso completamente il potere su ciò che rimaneva dell'antico impero ottomano tra il 1908 e il 1913, i Giovani Turchi di lì a poco progettano e mettono in atto un piano di sterminio che nasceva, in fondo, dalla cattiva assimilazione della parte peggiore della cultura occidentale, cioè il nazionalismo, il male che aveva già avvelenato l'Europa: a differenza dell'impero ottomano, da sempre multietnico, la Turchia del futuro doveva essere solo ed esclusivamente per i Turchi. 

Non esiste confronto tra i massacri e i pogrom che tormentarono gli armeni nell'ultimo decennio dell'Ottocento e la lucida, sistematica crudeltà del piano di sterminio messo in atto dal governo turco all'inizio del secolo successivo — che coinvolse peraltro anche le comunità cristiane siriache, caldee e assire, vittime ai nostri giorni di un secondo martirio. Prima le élite armene di Costantinopoli furono senza preavviso eliminate, poi i soldati armeni dell'esercito turco vennero disarmati e trucidati, infine, con ritmi serrati e modalità ovunque simili, si diede ordine alle popolazioni di abbandonare le loro case e mettersi in viaggio verso una meta sconosciuta, in realtà i deserti della Mesopotamia. Sebbene scortate da gendarmi turchi, le interminabili carovane di esuli erano vittime, lungo la strada, delle tribù curde e di bande armate irregolari a cui il governo aveva lasciato mano libera. Scrive Gabriella Uluhogian: «Nei racconti dei sopravvissuti, e dispersi poi nelle più diverse terre del pianeta, si ripetono gli stessi ricordi: l'Eufrate rosso di sangue, lungo il quale marciavano le carovane, giovani donne che si suicidavano piuttosto di cadere preda dei loro assalitori, madri all'estremo delle forze […] che vedevano morire di sfinimento i loro neonati».  



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