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ARMENIA/ La terra della croce, "profezia" dei martiri di oggi

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Il genocidio degli armeni costò all'incirca un milione e mezzo di vittime per fame, sete, malattie e massacri sommari, nonché fughe disperate, saccheggi generalizzati, stupri, conversioni forzate all'islam, annientamento del retaggio armeno in Anatolia: è questo il terzo motivo per cui l'Armenia — l'Armenia storica, di cui l'attuale Repubblica d'Armenia, coincidente con la parte orientale, caucasica del Paese, soggetta all'impero russo prima e poi all'Unione sovietica, costituisce solo un frammento — è la terra della Croce, per il martirio patito dalla sua gente, un martirio ancora più odioso per essere stato poi sistematicamente negato da parte di chi l'aveva messo in atto e anche, in seguito, quasi dimenticato in Occidente. Fino ad anni non troppo lontani, ad esempio, in Italia il genocidio degli armeni era noto quasi solo attraverso il romanzo epico e ormai classico di Franz Werfel, I quaranta giorni del Mussa Dagh. «Ovunque vada non dimenticherò / le nostre canzoni che hanno voce di dolore / e i libri di pergamena pieni di preghiere e di pianti. / Malgrado le piaghe / che feriscono il mio cuore addolorato / la mia Armenia diletta, insanguinata, io canto», così Yeghishe Charents dava voce a sentimenti condivisi dai tanti armeni che si sono dispersi nella diaspora. 

Continua Uluhogian: «Questa rottura del percorso storico di un popolo è di per sé insanabile, ma potrebbe essere resa meno dolorosa dal recupero della verità. Invece la Repubblica di Turchia, fondata da Mustafa Kemal Pasa, non ha mai riconosciuto e non riconosce nemmeno oggi il genocidio armeno»; se il crimine immane commesso negli anni tra il 1915 e il 1920 costituisce il peccato d'origine della Turchia contemporanea, il silenzio e la negazione dell'accaduto ne rappresentano la perpetuazione. Da parte armena nessun vittimismo interessato, ma solo il desiderio che la verità, una volta per tutte, sia affermata ad alta voce, per rendere giustizia a chi è morto, a chi è rimasto segnato per sempre dal dolore, a chi ha dovuto prendere la via dell'esilio. È il miracolo di un piccolo popolo dalle radici potenti, quello di aver attraversato un abisso di orrore e aver conservato nonostante questo un tratto dolce, gentile, ospitale. Può ben cantarlo orgogliosamente il poeta Paruyr Sevak: «Siamo pochi, ma ci chiamano armeni».    



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