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LETTURE/ Così Tolkien e Bettelheim "smontano" le fiabe politically correct

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John R.R. Tolkien (189-1973) (Immagine dal web)  John R.R. Tolkien (189-1973) (Immagine dal web)

Parlando di fiabe, Tolkien paragonò la tradizione popolare, che con la sua logica arcana trattiene gli elementi simbolici e archetipici universalmente validi e scarta quelli contingenti e insignificanti, a un calderone che, con il ribollire dei secoli, elabora il mondo parallelo di "Faerie". Fu anche a partire dal famoso saggio tolkeniano che Bruno Bettelheim, il controverso psicologo ebreo-austro-americano, elaborò negli anni Settanta il suo grande classico sulla fiaba, The Uses of Enchantment, tradotto in italiano come Il mondo incantato (Feltrinelli, 1977). 

La sua analisi psicoanalitica potrà non convincere in toto: non sarà facile per tutti, ad esempio, credere che la pianta di fagioli su cui si arrampica Jack sia un simbolo fallico. Ciò nonostante, il libro offre alcuni spunti parecchio interessanti. Egli asserisce innanzitutto che la funzione principale delle fiabe sia quella di tenere a bada le paure di ogni bambino. La struttura tipica di una fiaba, con il piccolo e debole protagonista (come Pollicino) che trionfa su nemici terrificanti e potenti, dà un messaggio forte e chiaro: le difficoltà della vita si possono superare e, soprattutto, c'è sempre speranza, anche in situazioni apparentemente disperate (cosa che Bettleheim, reduce da Dachau e Buchenwald, aveva toccato con mano). 

C'è di più. Il tolkeniano "calderone" dei secoli, asserisce Bettelheim, ne sa di più della limitata esperienza dei nostri moderni narratori, che, temendo di spaventare i bambini "di oggi", edulcorano il racconto, eliminando così aspetti simbolici importantissimi come ad esempio la punizione esemplare (e a volte truculenta) dei cattivi. Prendiamo la versione animalista, che va tanto di moda, di Cappuccetto Rosso: a livello simbolico non ha nessun senso che il lupo se la cavi e, addirittura, diventi buono. Il male (e il pedofilo, che ne è l'aspetto più immediato nella fiaba) va riconosciuto, affrontato e sconfitto, non addomesticato. 

Quanto agli antagonisti adulti, matrigna, strega, orco, essi sarebbero rappresentazioni simboliche dei genitori, ma solo nei momenti in cui il bambino li vede come nemici. Non potendo augurare loro alcun male, la sua immaginazione li proietta in altri adulti, totalmente malvagi, che è giusto e doveroso punire, salvando al tempo stesso l'immagine "buona" dei genitori "veri", quelli sorridenti, indulgenti, amabili.

L'aspetto più interessante del saggio è la sottolineatura che il "calderone" ha costruito le fiabe su molteplici livelli, in modo che esse trasmettano messaggi trasversali che il piccolo fruitore recepisce soltanto quando è pronto. Anche per questo i bambini chiedono di riascoltare la stessa fiaba, a volte in modo ossessivo: perché serve per superare una determinata paura di un momento specifico, oppure perché, leggermente cresciuti, essa offre alla loro mente aspetti nuovi e nuove soluzioni per nuovi problemi. Come nel Principe Ranocchio che, a livello psicoanalitico, rappresenta la diversa percezione del sesso nelle diverse fasi di crescita.



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COMMENTI
09/09/2015 - Per Luca Ribolini (Giuseppe Crippa)

Credo che questo bell’articolo sia collegato ad un altro pubblicato a fine luglio. E’ agevolmente raggiungibile cliccando sul nome dell’autrice e, nella pagina successiva, sulla voce “I suoi articoli”. Buona serata!

 
09/09/2015 - Note (Luca Ribolini)

Buongiorno, mi permetto una nota e una domanda. La prima è riferita a Bettelheim: credo sia corretto definirlo austro-americano di origine ebraica. La domanda: l'incipit sembra ricondurre a un discorso già avviato: è così? Grazie e buona giornata.