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LETTURE/ Alfredo Rienzi, frequentare il mistero con le parole

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Una domanda di senso non extra rebus ma in rebus, che parte da un'osservazione acuta del reale, da una permeabilità dell'osservatore con ciò che lo attornia, e che proprio perciò è capace di trasfigurare l'inerzia apparente degli oggetti in tutta la loro profondità di segno. Ed ecco allora Deanna, che viaggiando una di quelle tradotte eufemisticamente ribattezzate «regionali veloci» guarda fuori dal finestrino e non vede passare — per esempio — il tempo, i rimpianti, le nuvole e il cielo ma «Le ore furenti e umide dell'amore/ le riprese accelerate sul bianco/ tumulto delle nuvole e l'immobile/ turchese dove s'adagiano le Dominazioni», e che proprio in virtù di questa acutezza dello sguardo si ritrova a chiedersi «Cosa salvare, cosa offrire al Moloch?», conscia che «Duramente concede la domanda scelte multiple, silenzi, attese…» (Deanna sul treno regionale veloce 10270).

Ma se queste linee di lettura sono pur vere, il solo modo di non sprecare la poesia di Rienzi, di goderne in tutte le sue possibilità, è quella di lasciarsi accompagnare dal suo sguardo, di affidarsi alla sequenza delle parole e delle immagini, di vivere un'avventura dello spirito seguendo i suoi personaggi, usando ciascuno di loro come un prisma capace di farci vedere un colore nuovo del mondo. Nuovo per profondità, non per stravaganza, perché i sentimenti che Rienzi tratta sono quelli di tutti, solo più acuti, più esposti, e forse proprio perciò bisognosi di una maschera che li viva: amore, morte, desiderio di pienezza, rimpianto dell'incompiuto, viltà quotidiana… 

È a questo sguardo, più ancora che ai singoli esiti artistici, che si resta avvinti. Perché, nelle sue contorsioni, nelle fisime e nelle resistenze, lo sguardo di Rienzi si svela come uno sguardo di pietà, come uno di quegli sguardi che il cielo, per il bene di tutti, continua lungo la storia della fratellanza umana a suscitare. Attenti, delicati, virili, capaci di chiedersi «perché» e in questo perché di aspettare, nonostante tutto, che una risposta ci s'inchini innanzi.

Come puoi allo stesso modo amare
– chiedevi con le labbra appena mosse –
la vittima e il carnefice, chi dice
e chi tace, chi sceglie e chi attende
al bivio, il santo o l'uomo lupo?

Guardavo, mentre addolciva l'aria
un canto in genovese, i tuoi occhi
tra il grigio e il verde antico, né lustri né opachi.

Ti risposi non lo so, mi viene naturale e cercavo
quale mano fosse in te dell'una, quale dell'altro.

(Una domanda di Irma C., pittrice d'alberi, a un monaco basiliano)

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