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SAINT-EXUPERY/ Il "Piccolo Principe" è tutto suo padre

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Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944) (Foto da umbriaecultura.it)  Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944) (Foto da umbriaecultura.it)

Ha abitato i medesimi anni di Camus, di Sartre, di Malraux, di tutta quella generazione di scrittori transalpini che hanno tentato testardamente, in piena disumanizzazione, di abbozzare una sorta di nuovo umanesimo: il mondo, prima che evangelizzato, andava ri-umanizzato. Eppure, anche qui, seppe far emergere il suo tratto più tipico: della nausea di Sartre, dell'assurdo di Camus non seppe che farsene. Per lui — differentemente dagli altri per i quali il mondo non poteva più tornare composto dopo quella tribale frattura  c'era ancora la possibilità di cogliere il bersaglio, pur potendolo sempre anche fallire. Bastava essere disposti a tornare bambini, per sfidare addirittura la morte: tanto, morire è nulla se si conosce ciò per cui si sta morendo. L'essere-nel-mondo può diventare un'apertura radiosa alla vita fino a divenire un essere-per-la-morte, il marchio di fabbrica indelebile. 

All'assurdo replica con l'ideale, al pessimismo risponde con l'ottimismo, all'oltraggio di Dio reclama l'urgenza di Lui: «Appari a me, Signore, perché tutto è così difficile quando si perde il gusto di Dio» annota in Cittadella. Quello di Antoine era uno sguardo — che poi diveniva scrittura — che bloccava al volo qualsiasi idiozia. Era l'eredità alla quale era stato educato: la dignità dell'uomo, la nostalgia dell'assoluto, l'avversione per l'arrendevolezza perché «a tormentarmi è che in ognuno di questi uomini c'è un po' Mozart, assassinato. Solo lo Spirito, se soffia sull'argilla, può creare l'uomo». Lo scrive in Terra degli uomini, ma odora pesantemente di Cielo: non teme di proporre l'eroismo, fin quasi a carezzare la mistica. Vuol fare del suo messaggio un invito alla riscoperta del lato spirituale del vivere. Rimase sempre così: chino sul banale, alla disperata ricerca del fondamentale. Per terra, come a quattrocento metri d'altezza: gli importava ricordare alle persone la loro capacità di infinito.

Il Piccolo Principe uscì il 6 aprile 1943. Le sue ultime righe, per la bocca del narratore, odorano di profezia: «Al levar del giorno non ho ritrovato il suo corpo. Non era un corpo molto pesante...». Il 31 luglio 1944, sorvolando la Baia degli Angeli, al largo di Sainth-Raphael, l'aviatore Antoine — soprannominato Pizzicalaluna per il suo naso sempre teso all'insù — sparì nel nulla. Inghiottito dal mare, assieme ai suoi misteri: non fu suicidio, nemmeno resa. Per chi l'amò, anche solo sui suoi libri, la sua morte rimase un'offerta: un offrirsi a lei perché il desiderio di ricongiungersi con la sua rosa era divenuto lancinante, insopprimibile. Non scomparve mai: s'era nascosto, ben-bene, nel suo principe per continuare a volare. Per far volare milioni di lettori alla ricerca del Mistero.

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