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LETTURE/ Marlowe e i desideri "impossibili" di Faustus

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Nel 1589 il parlamento elisabettiano legiferò contro la rappresentazione scenica di questioni religiose. Molto probabile che a causare il draconiano provvedimento fosse stato, pochi mesi prima, il Doctor Faustus di Christopher Marlowe (1564-1593). 

Il pubblico dei teatri popolari era il più eterogeneo che si potesse immaginare e il compito di ogni buon drammaturgo era quello di riuscire a farsi apprezzare da tutti: la trama del Faustus fu certamente una scelta vincente in tal senso. Ma il tema del patto col diavolo, se da una parte affascinava il pubblico e sbancava il botteghino, dall'altra suscitava interrogativi che le autorità preferivano rimanessero sopiti. 

Certo, troviamo, come in ogni scritto patriottico (cioè protestante) del tempo, che papa, cardinali e monaci vengono spietatamente messi alla berlina. Quando si arriva però al destino eterno dell'anima, Marlowe si fa serio e si pone un interrogativo altrettanto serio: alla fine della vita, Faustus può ancora salvarsi? Esiste il libero arbitrio?   

Ogni bravo sostenitore della predestinazione, promossa dalla Chiesa di Stato, avrebbe detto che la firma (col sangue) del contratto con Mefistofele cancellava automaticamente il protagonista dalla lista dei salvati. Senonché, fin dall'inizio, compare a intermittenza un angelo che gli dice che niente è mai perduto per sempre, che dipende soltanto da lui pentirsi, rinnegare quel patto e salvarsi. Nell'ultimo atto, quando Faustus, che non si è pentito, dice a se stesso di "disperare e morire" (una frase ripresa pari pari da Shakespeare e rivolta al suo arcimalvagio Riccardo III) e si accinge al suicidio, un vecchio virtuoso lo salva dal peggiore dei peccati, la disperazione, e, ancora una volta, gli dice che nulla è mai irrevocabilmente perduto. Ma, forse perché il suo cuore si è indurito, forse perché Mefistofele non lo lascia in pace, forse per effetto della firma sul contratto, Faustus non riesce a pentirsi e la sua tragedia si fa interiore. 

Arriva così all'ultima ora di vita, in uno dei soliloqui più potenti e affascinanti della letteratura mondiale. Disperato, Faustus cerca ancora una via di uscita che lo salvi dall'inferno e, delirando, invoca gli elementi naturali perché lo aiutino. Dice che sono state le stelle a predestinarlo alla dannazione; ma poi si contraddice e afferma che la scelta è stata solo sua; salvo tornare alla predestinazione alla fine del brano, incolpando Lucifero di averlo privato delle gioie del cielo.  

A un certo punto, pazzo di terrore, Faustus esprime un desiderio, dato che Gesù Cristo ha patito per tutti (anatema per i protestanti): magari le torture infernali potessero avere fine! Durassero mille anni, centomila anni, e poi lasciassero l'anima libera di andare in Paradiso! Impossibile, purtroppo. E anche politicamente scorretto. Perché questo, forse anche da parte dell'autore, è un malcelato rimpianto per qualcosa che era stato per sempre bandito dal governo e dalla Chiesa di Stato: il purgatorio. L'impagabile consolazione di chi, seppur peccatore, spera di potersi salvare ugualmente.



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