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STATO-MAFIA/ Occhio alla "cupola" che vuole riscrivere la storia con le sentenze

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La cattura di Bernardo Provenzano (Infophoto)  La cattura di Bernardo Provenzano (Infophoto)

Anche sentenze della magistratura, fino ai vertici della Corte di Cassazione, hanno stabilito che tanto Berliusconi quanto lo stesso Marcello Dell'Utri non hanno mai preso parte a trattative con Cosa nostra. Né come rappresentanti dello Stato e del governo né per conto dei corleonesi.

Dello scambio tra la mitigazione delle severissime pene previste dall'articolo 41bis del codice penale e la fine dell'azione stragista dei boss, allo stato dei fatti, cioè delle prove disponibili ai magistrati, i fondatori di Forza Italia non pare si siano mai occupati.

In effetti, tutta la vicenda legata alla ricerca di un'intesa tra Stato e mafia si è consumata durante quello che è stato l'ultimo governo diretto da Giulio Andreotti. Era di centro-sinistra. Si fondava, dunque, su una maggioranza che storicamente è stata formata da Dc e Psi con la collaborazione dei repubblicani e dei socialdemocratici (e dagli anni Ottanta dei liberali). Pur non essendo questo genere di coalizioni succedutesi nel tempo (dai primi anni Sessanta al 2001 e alle elezioni politiche del 2006) omologabili tutte con lo stesso termine, anche quello prima citato di Andreotti in qualche misura lo si può definire di centro- sinistra. Durò sino alla fine della prima repubblica.

Emanazione di questi governi sono alcuni dei protagonisti della trattativa Stato-mafia. E' il caso dell'attuale generale (allora colonnello) Mario Mori. Nominato comandante della sezione anticrimine del reparto operativo di Roma presso l'Arma dei Carabinieri divenne uno dei protagonisti della lotta al terrorismo, in collaborazione col gen. Alberto Dalla Chiesa. Dal 1986 al settembre 1990 ebbe il comando del Gruppo Carabinieri di Palermo. Lascerà l'Arma il 1° ottobre 2001, quando venne nominato prefetto e direttore del servizio informazioni (il Sisde) fino al 16 dicembre 2006. La sua carriera di alto ufficiale è punteggiata da due accuse che ruotano corposamente attorno al reato di favoreggiamento della mafia. Tramite Ciancimino avrebbe avviato la trattativa con i corleonesi per conto dello Stato.

Due gli atti di enorme gravità commessi per renderla possibile. Il primo sarebbe la volontà di salvaguardare la latitanza o di ostacolare la cattura di Bernardo Provenzano quando, il 31 ottobre 1995, il confidente Luigi Ilardo condusse gli uomini del Ros a Mezzojuso all'incontro col boss (che sarà arrestato l'anno dopo, nel 1996). Il secondo sarebbe stato la fuga, nel 1993, di un altro pezzo da novanta come Nitto Santapaola da Terme Vigliatore. E soprattutto la mancata perquisizione del covo (la villa di Via Bernini 54, con giardino, piscina e un tunnel per la fuga) di Totò Riina. Grazie alla collaborazione preziosa di Provenzano, che salta il fosso, il capo di Cosa nostra il 15 gennaio 1993 viene messo in manette da Balduccio Di Maggio e da Sergio De Caprio (il famoso capitano Ultimo). Ma la sua ultima abitazione viene lasciata incustodita per 18 giorni, malgrado le disposizioni del nuovo procuratore di Palermo Giancarlo Caselli di tenerlo sotto controllo 24 ore su 24.



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