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STATO-MAFIA/ Occhio alla "cupola" che vuole riscrivere la storia con le sentenze

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La cattura di Bernardo Provenzano (Infophoto)  La cattura di Bernardo Provenzano (Infophoto)

Dopo il blitz in cui il capo dei corleonesi venne messo in ceppi, Cosa nostra lo fa trovare  alle forze dell'ordine perfettamente vuoto, ma ripulito con un aspirapolvere, i sanitari del bagno divelti. Niente impronte digitali. E le pareti ben tinteggiate costituiscono una punta  di impareggiabile sarcasmo verso procura, questura e prefettura.

In seguito alla  perquisizione del covo, favorita dai buoni uffici di Provenzano, che si è disfatto del suo vecchio compare Riina consegnandolo al torinese Caselli, neoprocuratore di Palermo, di carte e documenti importanti (stivati in due casseforti) da rovistare e prelevare non è rimasto più nulla.

Da queste imputazioni, sostenute dal procuratore aggiunto Vittorio Teresi e dal pm Nino Di Matteo, Mori (insieme al capitano Obinu) è stato assolto il 20 febbraio 2006  e il 15 ottobre 2013 con formula piena, addirittura "perché il fatto non costituisce reato".

Tre giorni fa (il 18 gennaio 2016) dal procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato è stata chiesta la sua condanna a 4 anni e mezzo di reclusione, con interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Ma la mancata cattura di Provenzano non è più presentata, come fu nel processo di primo grado, come la cambiale richiesta per far avanzare la trattativa tra Stato e mafia. Ora le responsabilità di Mori e Obinu sono su un tavolo diverso. Sono concentrate nel favoreggiamento personale, nella "volontà consapevole e dolosa di nascondere le informazioni", una "condotta volontaria e consapevole", dominata dal dolo per impedire alla Procura di indagare su Provenzano, e non eseguire la perquisizione del cosiddetto covo di Riina.

Tutto è ormai rimesso a quelle che si possono chiamare le prove dei poveri, cioè il disinvolto palpeggio nella psicologia del personaggio.

Per il magistrato palermitano, Mori è un personaggio figlio del suo passato, cioè di normale cupezza e mediocrità. Parla infatti di un investigatore reclutato nel 1972 dal Sid di Vito Miceli. Dunque "formatosi all'ombra delle agenzie di intelligence" … "con la mentalità di quei servizi che hanno creato distorsioni nella vita democratica del paese". Dunque, un funzionario inaffidabile, in permanente rotta di collisione con le regole, anzi "un uomo dalla natura anfibia: il protagonista di vicende che hanno come comune denominatore la deviazione costante dalle procedure legali per motivi extra-istituzionali e e dunque illeciti e occulti".

Scarpinato e Ingroia, insieme alla cupola di estrema sinistra dei tribunali siciliani, si sono ripromessi di riscrivere la storia d'Italia con le sentenze, e quindi di sostituire i politici con i magistrati. Non si vede il bisogno di maltrattare funzionari dello Stato come Mori e Obinu accusandoli di essere l'ossatura di servizi deviati solo perché non hanno retto il fardello ideologico di cui Scarpinato e compagni li hanno voluti caricare. Imparino a fare processi e contestare reati sulla base di prove e non di teologismi politici. In questo modo rendono un pessimo servizio alla magistratura e alla storiografia.

Se in maniera maldestra Scarpinato interrompe la litania sulla trattativa Stato-mafia considerata come un aspetto della subordinazione delle istituzioni alla criminalità organizzata, non c'è ragione di pensare che essa non sia mai esistita come fenomeno concreto, ben circoscritto nel tempo e nello spazio. Non si può, non si deve, buttare il catino e l'acqua sporca.



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