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LETTURE/ E' ancora l'Europa di Claudel?

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Anna Vercors decide di partire per la Terrasanta, come ringraziamento per quanto ha avuto dalla vita e come penitenza per il male del mondo. Certo di non tornare, affida la figlia Violaine e tutti i suoi averi a Giacomo Hury. Ma, contro ogni previsione, fa ritorno a Combernon, trovandola stranamente deserta. 

Violaine fa talmente suo il dolore di Pietro che contrae la lebbra, creduta a quel tempo punizione del peccato impuro; l'apparenza è così imponente che Giacomo non può che prendere atto di un evidente tradimento, ripudia Violaine e la conduce nel lebbrosario, dove dovrà trascorrerà tutta la vita. Mara riesce nell'intento di sposare Giacomo e ha da lui un'unica figlia. La bimba muore e sua madre corre da Violaine, ormai cieca e divorata dalla malattia, imponendole di far rivivere la piccola. Il miracolo avviene, ma poco dopo Mara, rosa dalla gelosia, colpisce a morte la sorella. 

Pietro, che lavora di nascosto a causa del suo male, guarisce in modo misterioso. Può dunque riprendere con libertà il suo compito di costruttore di cattedrali. Proprio lui trova Violaine morente e, immune dal contagio, la riporta a Combernon. Nella grande sala comune, cuore della casa, Violaine muore alla presenza di Anna, che ne loda la semplice grandezza, e di Giacomo, che scopre l'atto omicida di Mara; e in nome di colei che è appena spirata, la perdona. Sugli uomini e sulle cose si stende la pace di chi accoglie la volontà di Dio, come Maria all'annuncio dell'angelo.

Le vicende esterne si intrecciano con la consapevolezza dei personaggi, che matura fino alle estreme conseguenze: per Pietro il male diventa occasione di lavoro non solo del suo genio, ma espressione del popolo cui appartiene; per Violaine l'amore per Giacomo si trasforma nella lunga fedeltà alla sua croce, che la rende feconda; per Anna la forza del sacrificio scelto diviene umile accettazione del posto assegnato da Dio; e Mara, possessiva e violenta, alla fine è costretta a cedere all'evidenza del bene. Così, in modo sorprendente, dal dolore nasce l'amore.

L'intreccio tra fatti, quali che siano, e coscienza di sé che ne deriva, immaginato da Claudel con grande finezza è realizzabile oggi da gente comune, come noi siamo? In condizioni mutate siamo tutti all'ombra delle grandi cattedrali che i secoli hanno lasciato a custodire la nostra riottosità. Nessuno può dire quando sorgerà l'alba di un giorno di pace e di giusta convivenza. Forse quello che viviamo è il tempo di una lunga notte insonne, in cui non è dato scorgere luce. Ma ciascuno può accendere il suo cerino o la sua pila e attendere, magari in una maldestra preghiera, il farsi avanti del giorno. La speranza è quella di vedere un filo di luce, come scriveva Shakespeare in tempi non meno violenti: "Gli occhi grigi del mattino sorridono alla cupa notte".



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