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SHOAH/ Operazione Abramo, liberazione dagli idoli

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Il 29 novembre 1947 la dichiarazione delle Nazioni Unite sulla nascita dello Stato ebraico scatenò la furia araba "sulla millenaria Sinagoga": "zio Mendel, che all'epoca aveva 11 anni, ricorda come (nonna) Teta lo prese per mano, e nella notte (…) si inoltrò tra le mura annerite dalle fiamme, prendendo parte al salvataggio del Codice di Aleppo", un manoscritto della Torah di inestimabile valore. Il vento era cambiato di nuovo. Le scintille furono spinte nella solare Beirut, il paradiso perduto dell'infanzia felice della seducente madre Tali, creando così vortici disorientanti: perché i nonni lasciarono la comunità ebraica che stava costituendosi in Palestina, preferendo vivere ad Aleppo? Perché, divenuta inospitale la nuova patria, si trasferirono a Beirut e non in Eretz Israel? Perché il padre Moshè, un ebreo nato in Palestina, colpito solo dall'ombra della Shoah, non si unì all'esercito di liberazione israeliano preferendo i fiorenti commerci dei suoceri?

Si percepisce il tormento dell'autore che dal padre eredita la condizione di apolide, un multilinguismo caotico e un'identità tutta da fare. L'amore di Lerner per Israele traluce in ogni pagina, ma come inconsapevolmente i suoi avi e consapevolmente alcune delle maggiori personalità dell'ebraismo: da Lazare a Freud, da Arendt a Einstein e tanti altri, anche Lerner non è un sionista tutto d'un pezzo, ma sull'identità ebraica non ci sono dubbi. Su questo i genitori e gli avi non hanno lesinato un'eredità potente che già si ravvisa nel nome: Gad, il settimo figlio Giacobbe, il patriarca rinominato dopo la lotta con l'angelo: Israele. Come nel refrain continuo del libro sul quarto dei comandamenti di Mosè: onora il padre e la madre. E in modo decisivo per la totale assenza di vergogna dell'autore nell'innestare il proprio pensiero in quello di Abramo — quasi un architrave del libro —, che per Lerner non rappresenta l'autorità del padre che esige obbedienza, ma la libertà del figlio dagli idoli, compresi gli idoli dei padri: "nel mio tredicesimo (… ) anno non ero andato oltre la lettura, con la mamma, di una riduzione della Bibbia, intitolata Eroi ebrei. Ricordo il disegno di Abramo che prima di lasciare la casa di suo padre (Lech lechà, Vattene!), distrugge gli idoli. Convenivo pure io che le statuette degli idoli non meritassero una considerazione divina, ma trovavo che ci volesse un bel coraggio, da parte del ragazzino, a distruggerli".

Anche per Freud l'eredità ebraica si riassume in due punti: la libertà dai pregiudizi (idoli) e l'attitudine a non temere l'opinione "della massa compatta". In fondo, scrive Freud nella sua Autobiografia: "non ho mai preteso di essere diverso da quello che sono: un ebreo moravo, i cui genitori provenivano dalla Galizia Austriaca". Con la consueta chiarezza Freud indagò le origini dell'antisemitismo individuando nella persecuzione degli ebrei la maschera storica della persecuzione dei cristiani. Tesi che Freud sostenne nella sua ultima opera L'uomo Mosè e la religione monoteistica e che la storia recente si sta, drammaticamente, incaricando di confermare.

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