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LETTURE/ "L'uomo che veniva da Messina", storia di una magnifica ossessione

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Antonello da Messina, l'Annunciata di Palermo (1476 c.a) (Immagine dal web)  Antonello da Messina, l'Annunciata di Palermo (1476 c.a) (Immagine dal web)

Antonello la incontra durante il suo soggiorno nelle Fiandre, quando, recandosi come sua abitudine a rendere omaggio alla tomba del suo faro pittorico, nella cattedrale di Bruges, viene colpito da una donna che, silenziosamente, prega anch'essa per Van Eyck: si tratta di una beghina, che fu modella e amante del pittore e da cui ha avuto una figlia, per l'appunto, Griet. Una volta morta la madre, la ragazza viene accompagnata proprio da Antonello a Venezia, dove un ricco banchiere vedovo originario delle Fiandre l'ha chiesta in sposa. Sullo sfondo della vicenda principale, poi, troviamo una ridda di personaggi, dal buffone Cicirello, a Pisanello, a Petrus Christus, e poi ancora il subdolo umanista Panormita, i fratelli Bellini, e duchesse, mistiche, badesse, nobildonne, vicerè avidi di potere: tutti incrociano la strada di Antonello, e tutti costoro, in un modo o nell'altro, sono votati alla scontentezza di sé, all'ambizione frustrata, allo scacco esistenziale, ad eccezione, forse, della badessa che a Messina commissiona ad Antonello alcuni lavori, e di Piero della Francesca, uomo geniale, ma solitario, chiuso in se stesso, dominato dall'assoluta sicurezza circa l'importanza, per i posteri, di quanto sta facendo.

E questo, per Antonello, sempre perplesso di fronte alla promessa mai mantenuta rappresentata dai familiari (il fratello, che trasforma in sua assenza la bottega di pittore in una pur redditizia fabbrica di bare, i figli, deludenti e con cui non c'è comunicazione possibile, né passaggio del testimone artistico), è un grande insegnamento: "I figli sono l'idea del futuro", pensa Antonello, "la prosecuzione di noi stessi. Il motivo per cui lottiamo e lavoriamo. Ma quando parlo di queste cose, penso sempre a Piero della Francesca. Quell'uomo non ha moglie e non ha figli, eppure dipinge come un forsennato. Che cosa gli dà in tal caso la forza, la tensione e la speranza che dopo di lui rimarrà qualcosa? Mi rispondo: il fatto che lui crede in quello che fa. Lui sa che la sua eredità è il cambiamento. Persino io, dopo aver visto i suoi quadri, avevo sentito cambiare in me qualcosa. Ne avevo concluso che c'erano uomini che potevano fare a meno di aver figli" (p. 164).

L'uomo che veniva da Messina, ora romanzo picaresco, ora diario interiore di un'ossessione, è un romanzo affascinante: in esso, il tempo - tempo della vita, stagioni e anni - viene scandito non tanto e non solo dagli avvenimenti che toccano direttamente l'esistenza del protagonista, ma dalle sue ossessioni, dalla sua ricerca affannosa di qualcosa che lui nemmeno saprebbe precisare, sino a quando, in un mercato delle Fiandre, non vede, in una donna del popolo, che cammina stretta nella sua mantellina, la posa della sua Annunciata, che avrà il volto di Griet. Il romanzo di Silvana La Spina è un'opera che gronda passione, per l'arte, per il bello, per la scrittura: un'opera coraggiosa e ambiziosa, in un panorama e in un momento in cui potrebbe sembrare che solo il minimalismo e il volare basso possano conciliare i consensi.

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