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LETTURE/ "L'uomo che veniva da Messina", storia di una magnifica ossessione

Di chi è il volto splendido della ragazza che posò per l'"Annunciata" di Palermo? Il romanzo di Silvana La Spina, "L'uomo che veniva da Messina", cerca una risposta. SILVIA STUCCHI

Antonello da Messina, l'Annunciata di Palermo (1476 c.a) (Immagine dal web) Antonello da Messina, l'Annunciata di Palermo (1476 c.a) (Immagine dal web)

La pittura a olio, tecnica inventata dai fiamminghi, rivoluzionò l'arte nel XV secolo. Essa trovò, in Italia, un eccezionale interprete in Antonello da Messina: ma come e da chi il pittore siciliano apprese questa tecnica? E soprattutto di chi è il volto splendido della ragazza che posò per l'Annunciata, splendida sua essenzialità, uno dei quadri più celebri e più moderni di tutti i tempi? Il romanzo di Silvana La Spina, L'uomo che veniva da Messina (Giunti, 2015), cerca di rispondere con passione a questi interrogativi, narrandoci una possibile biografia, per voce di Antonello stesso, del maestro siciliano. L'autrice, padovana e attiva nel panorama editoriale fin dal 1992, si è cimentata in passato, fra i vari generi, anche con il poliziesco, con i tre romanzi dedicati alle indagini del commissario Maria Laura Gangemi, pubblicati per Mondadori fra il 2007 e il 2011.

E anche in questo romanzo, in effetti, troviamo qualcosa del plot tipico del giallo. Il racconto inizia a Messina nel 1479: un uomo sta morendo, nella sua casa, circondato dai suoi familiari, dai quali pure si sente estraneo, dopo aver a lungo vagato portandosi dietro una bara in cui è custodito il corpo di una giovane donna: si tratta di Antonello da Messina, il celebre pittore, da lungo tempo assente dalla sua terra. Raccolto, malridotto alla maniera di un mendicante, e ricondotto a casa, mentre il sacerdote gli impartisce l'estrema unzione, ripercorre la sua vita, a partire dalla nascita in una famiglia di umili origini: il padre era un mastro marmorario, soggiogato dalla predicazione dei frati della confraternita degli Osservanti, fautori di un ritorno all'austerità della pratica religiosa; il nonno, un modesto armatore, dalla vitalità prepotente e dalle maniere spicce. Intorno, il tumulto di una città e di una regione sempre tormentate, sempre in balia di capovolgimenti politici, ambizioni, maneggi, rivolte.

Il tratto dominante del giovane Antonello è la curiosità famelica con cui si affaccia alla vita, il che significa essenzialmente la fascinazione per il mondo femminile, e, soprattutto, per la pittura, a partire da un enigmatico e potente affresco di Palazzo Sclafani, rappresentante il Trionfo della Morte, opera di un pittore fiammingo (rimasto anonimo) che impressionerà a tal punto il protagonista da convertirlo alla pittura e da appassionarlo alla tecnica dei Fiamminghi. La vita di Antonello è un moto continuo, espressione esteriore della sua irrequietezza, da Messina a Napoli, e poi a Ferrara, Mantova, per poi tornare in Sicilia, e di lì ripartire per le Fiandre. Su tutto, domina una duplice ossessione: diventare padrone della tecnica della pittura a olio, e raccogliere notizie, testimonianze, informazioni su Van Eyck, il geniale artista che l'aveva perfezionata, un intelletto poliedrico, geniale, appassionato di alchimia. Ma, soprattutto, il cuore del romanzo è rappresentato da Griet, la figlia illegittima di Van Eyck.