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LETTURE/ "Fuoco unanime": la paternità dei santi, la tenerezza dei poeti

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La poesia di Gigli (1978) è un unicum tra i nostri autori più giovani: sorretta da una lingua dura e tagliente (quante volte ritorna la parola "pietra"), si muove secondo una meditazione concentrica e sempre più alta. Ha qualcosa del Luzi estremo ("Tu dove sei, mi chiedo, dove in questa luce incerta: / ancora qui, ancora nel mio cuore o fuori, inanimata, persa?") e il raccoglimento contemplativo di Milosz ("Guardami, Signore, e accogli questo canto di ascensione"). Di certo, non esita a guardare in faccia temi "ustionanti" come l'Origine e la sofferenza: "Come il dolore scava l'ossidiana, / scortica la pietra, stiamo qui, né ieri né domani. / Prego per te, per la tua fede stanca, per la mia: / non gravi il peso più della memoria, / non più gravi dell'amore".

Il vertice di Fuoco unanime è Alyscamps. Fortissima l'immagine di partenza: uomini affidano cadaveri a un grande fiume, il Rodano, perché possano essere recuperati e poi sepolti nei Campi Elisi di Arles: "Portaci a casa" mormorano i corpi stesi / nelle casse. […] "A casa, a casa" / prendono coraggio le ossa, si ubriacano di sé berciando / all'acqua, a quelli che rimangono, rivolgono il lamento / a un mondo d'ombra e attesa". 

Qui arriva la resa dei conti finali, l'Apocalisse, e qui vengono toccate le corde più profonde dell'animo umano, evocate dal coro dei "vinti": "Avremo un corpo luminoso un giorno?" / Si innalzano preghiere dalle case, / dai borghi che inchiodarono le assi. / "Un giorno, un giorno" / chiedono pietà e memoria – loro estinti…".

E la risposta del poeta è lucidissima e intessuta di speranza: "Avremo / un corpo luminoso un giorno e carne viva, / un amore più perfetto". Ed è un balsamo corroborante perché in questo tempo violento abbiamo davvero bisogno di molta paternità e tenerezza. Quella dei santi e, qualche volta, dei poeti.



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