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LETTURE/ Armin Mohler, la critica ai liberali e le domande ai cattolici

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In questo emerge, certamente, qualcosa dell'antico allievo di Jaspers e, ancor di più, del debito che Mohler ha nei confronti di Nietzsche e Löwith, in particolare della critica al mito della storia come progresso. Lui stesso, del resto, a conclusione del suo saggio propone come soluzione una radicale svolta nominalistica, la Nominalistiche Wende, distinguendo tra pensiero universalista e pensiero nominalista, l'unico, secondo lui, in grado di prendere sino in fondo sul serio la condizione di Sterblichkheit, di esserci come "essere per la morte" e l'irriducibile individualità della persona umana. 

Mohler ritiene, senza approfondire o argomentare, che il cristianesimo sia ormai scivolato sulla linea universalista, con poche, per lui rare eccezioni in ambiti tradizionalisti, sia cattolici che protestanti. Il pensiero inquieto di Mohler non va oltre quest'amara conclusione, non cerca consolazioni in scorciatoie neopagane (come altri ambienti della Nouvelle Droite) ma, per la sua onestà di fondo, pone interrogativi che non dovrebbero essere elusi, proprio da parte del pensiero cristiano, da cui, a un certo punto, egli volle fermamente distanziarsi. Il cristianesimo non è un modello "universalista", ma equilibrio tra esserci ed essere, tra particolare e universale e, difatti, la riduzione all'universale astratto, identificato con il progresso storico, è uno degli elementi caratterizzanti di quell'eresia che va sotto il nome di modernismo. Il modello di Mohler lascia a tratti l'amaro in bocca, ma chiede, anzi, esige che ci si confronti con esso, proprio perché si tratta di pensiero minoritario e antisistema.

Il punto, oggi, è se il "dialogo" tra cristianesimo e cultura non rischi di risolversi in confronto (o subalternità?) con la cultura "di potere". Il modello nietzchiano-löwithiano di Armin Mohler può certamente risultare segnato da un profondo e rassegnato elitarismo, ma interpella, per la sua ansia di libertà e di autenticità intellettuale, fuori dai circuiti della cultura di massa e di potere. 

Ce lo ricorda l'Autore, in un significativo passaggio autobiografico: «Nessuno sa quel che porta la storia. Tutto è possibile. Questa dichiarazione di libertà per la persona umana non è una licenza che apre all'assenza di vincoli e all'arbitrio. Essa vuole essere solo un ammonimento a non orientarsi secondo un rigido schema di filosofia della storia. Nella sua gioventù, chi scrive ha vissuto diversi anni secondo questi schemi e ciò lo rese, allora, cieco ai colori della realtà. Che io sia riuscito a liberarmene, lo devo a tutta una serie di stimoli (…). Uno di questi stimoli fu la progressiva scoperta di quel tipo umano che sto cercando di descrivere o, quanto meno, di abbozzare, proprio qui. Era come arrampicarsi su degli ostacoli (…). Mi ritrovai a pensarci molti anni più tardi, quando mi capitò di leggere su un  muro dell'Università di Monaco la scritta, tracciata con lo spray: "Esperienza = Fascismo"». 

Ecco, appunto, che cosa significava «orientarsi secondo un rigido schema di filosofia della storia», ma, ecco, anche, il punto su cui, invece, il cristianesimo vissuto, avrebbe molto da dire proprio per la centralità che, invece, riserva all'esperienza. 



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