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LETTURE/ L'origine della poesia e il dramma che "convertì" Carducci

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Giosuè Carducci (1835-1907) (Foto dal web)  Giosuè Carducci (1835-1907) (Foto dal web)

La riflessione sulla sua drammatica esperienza dettò a Carducci i versi altissimi di Funere mersit acerbo e, ancora di più, di Pianto antico. Rileggiamo insieme quest'ultima poesia.

L'albero a cui tendevi
la pargoletta mano,
il verde melograno
da' bei vermigli fior,

nel muto orto solingo
rinverdì tutto or ora
e giugno lo ristora
di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta
percossa e inaridita,
tu de l'inutil vita
estremo unico fior,

sei ne la terra fredda,
sei ne la terra negra;
né il sol più ti rallegra
né ti risveglia amor
.

Da un fragile spunto, offerto dall'antico poeta greco Mosco, escono questi versi, i quali "non potevano scaturire che da un trauma lancinante", scrive Pasquini; essi possiedono la levità classica di un epigramma sepolcrale e insieme la struggente elegia di un compianto. Si noti lo stacco lieve e netto dell'incipit con la mano scolpita del bimbo e la chiusa straziata su quell'"amor", a dire l'ultima invocazione, l'ultimo grido levato al bambino. Così, in Funere mersit acerbo, il figlio volgeva il capo "al dolce sole", nell'atto di "chiamar la madre". Era un pianto antico e moderno, che aveva afflitto tanti padri nel corso dei secoli, a cui dava voce, se non consolazione, la grande poesia. Dall'ascolto di questa voce, nascerà, di lì a poco, il capolavoro Alla stazione in una mattina d'autunno.

Giosuè Carducci, abbandonata la maschera stentorea del "grande artiere", scioglieva così il canto del suo abbandono e del suo grido.



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