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LETTURE/ "The Revenant", il cuore dell'uomo non è fatto per morire

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Leonardo Di Caprio in "The Revenant" (Foto dal web)  Leonardo Di Caprio in "The Revenant" (Foto dal web)

Di Caprio meriterebbe l'Oscar non foss'altro che per quegli sguardi, in cui la rabbia della continua mortificazione cede il passo allo stupore di sapersi vivo e di volere ancora essere vivo. C'è un desiderio inarrestabile di vita che neanche la natura spiega. Quando il protagonista arriva ad affrontare il suo nemico — uno straordinario Tom Hardy — questi gli chiede: "Hai fatto tutta questa strada per vendicarti?". Smentendo così decenni di cinema perlopiù americano (non sarà forse un caso che questa intuizione venga da un regista come Iñárritu che è messicano), dove intere parabole umane venivano spiegate solo con il desiderio di vendetta, la brama di rifarsi da sé una giustizia. Qui questo presupposto viene prima accennato e poi smentito: lo sguardo di Glass si appanna, si perde. No, la vendetta non basta, la rabbia non spiega. "La vendetta è nelle mani di Dio", gli hanno detto. C'è qualcos'altro in ballo, che non viene mai nominato (quasi nulla qui viene nominato), ma lo si presente, in quella luce e in quei cieli e in quelle stelle e in quei boschi, che il desiderio di vita accende di un possesso ancora più pieno e profondo. 

The revenant mette in scena anche un terzo fatto, più specifico, ed è una certa specie di speranza: una speranza non di un aiuto che venga dall'alto e sostituisca la libertà, ma una speranza di un miracolo che accada dal di dentro della realtà così com'è — nel fango, nel gelo, nel sangue, nel dolore, e non a prescindere da questi. È una forma della speranza (e della memoria, lo capirà chi vedrà il film) che implica anche una certa concezione dell'io: una lotta drammatica per sopravvivere in cui sempre più chiaro emerge che il fine della vita non è vivere, ma qualcosa d'altro, qualcosa d'ulteriore, che la sofferenza paradossalmente non oscura, ma rende ancora più desiderabile e più vero. Lo sguardo di Di Caprio al termine del film non è un appagamento né una fine: è — in un modo o nell'altro — un inizio.   



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