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NATALE ORTODOSSO/ Mons. Pezzi: quella ferita che opera in noi

Cristo darà piena comunione alla Sua Chiesa, perché in Lui quest'unità si è già compiuta. Oggi, 7 gennaio, è il Natale della Chiesa ortodossa. PAOLO PEZZI, arcivescovo cattolico di Mosca

Andrej Rublëv, Cristo Salvatore (XIV sec.) (Immagine dal web) Andrej Rublëv, Cristo Salvatore (XIV sec.) (Immagine dal web)

MOSCA — Quest'anno il Natale lo abbiamo festeggiato dentro l'anno giubilare della misericordia. Questo anno giubilare ha un valore importante anche nel rapporto con i cristiani che festeggiano il Natale oggi, 7 gennaio, come la Chiesa ortodossa russa. 

La misericordia infatti è qualcosa di eminentemente divino, che si innesta nell'esperienza umana. Per questo il nome e il volto della misericordia coincidono con il nome e il volto di Gesù, il Nazareno, Dio fatto uomo, Dio diveniente partecipe della realtà, dell'esperienza umana.

Questo è possibile perciò solo per chi cerca veramente di seguire Cristo, di vivere la memoria di Lui, di immedesimarsi in quello sguardo. 

Cristo è Colui che assicura all'uomo quell'unità che egli aveva perduto e che disperatamente cerca di ridare a sé, ma senza più rivolgersi a quel Dio che ha eliminato dalla propria vita. E Cristo è perciò Colui che darà piena comunione alla Sua Chiesa, perché in Lui questa unità si è già compiuta.

Noi oggi paghiamo il debito dell'autoreferenzialità nella quale il proprio parere diviene una spada che divide sempre di più. Invece Cristo ci attrae a Sé, non si pone in modo autoreferenziale, ma ci sospinge al Padre attraverso di Sé. Cristo con la Sua offerta misericordiosa, iniziata nell'Incarnazione, riapre continuamente in noi quella ferita che, sola, può portarci a Lui e, attraverso di Lui all'eternità del destino e al compimento dell'inesauribile sete di perfezione e di soddisfazione che l'uomo ha.

Cristo ci attrae a Sé facendoci continuamente riprendere coscienza del nostro peccato che alimenta la divisione, dell'orgoglio e della paura che innalzano gli steccati tra gli uomini. 

Per questo festeggiare assieme il Natale il 25 dicembre e il 7 gennaio come hanno fatto alcuni cattolici e ortodossi in questo 2015-2016 ha voluto significare affermare qualcosa di infinitamente più grande, capace di far sì che i nostri sguardi si incontrino; affermare Qualcuno che è così presente da produrre una conversione altrimenti impossibile.

A noi occorre il coraggio di questa testimonianza, di questa misericordia accolta che si trasforma in misericordia offerta. Questo Natale è stato per noi allora il segno vivo che la misericordia è reale, che essa continua a incarnarsi nei cuori di uomini e donne di buona volontà che accolgono il Natale non come una semplice tradizione o una formalità folkloristica, ma come un evento accaduto tanti anni fa e che ha ancora la forza di essere presente e perciò di dare unità al cuore degli uomini, alle loro famiglie e alle compagini sociali e religiose che essi costituiscono. 

Il Natale diviene così per noi lo sguardo stupito per qualcosa che ci accade ora e che ha la forza di cambiarci. A coloro che hanno accolto Dio nello stupore, Egli dà il miracolo dell'unità, della misericordia sperimentata che ci ricrea continuamente.

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