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LETTURE/ Diventare vescovo significa "fare carriera" nella chiesa?

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Tale principio viene anche codificato dal canone XV del concilio di Nicea (325): «Per i molti tumulti ed agitazioni che avvengono, è sembrato bene che sia assolutamente stroncata la consuetudine, che in qualche parte ha preso piede, contro le norme ecclesiastiche, in modo che né vescovi né preti, né diaconi si trasferiscano da una città all'altra. Che se qualcuno, dopo questa disposizione del santo e grande concilio, facesse qualche cosa di simile, e seguisse l'antico costume, questo suo trasferimento sarà senz'altro considerato nullo, ed egli dovrà ritornare alla chiesa per cui fu eletto vescovo, o presbitero, o diacono». 

Questo articolo è molto interessante perché — come ogni norma giuridica sanzionatoria — testimonia indirettamente l'esistenza del fenomeno che intende colpire: il problema del carrierismo ecclesiastico è già presente agli inizi dell'era costantiniana e anzi la precede. Di prelati ambiziosi ce ne sono sempre stati, anche prima della cosiddetta svolta costantiniana. Basti pensare, per esempio, al caso di Paolo di Samosata, divenuto vescovo di Antiochia negli anni sessanta del III secolo con il decisivo appoggio dei principi di Palmira Odenato e Zenobia e accusato da due sinodi antiocheni di essersi enormemente arricchito e di comportarsi come un alto funzionario imperiale più che come un vescovo, «così che per il suo fasto e per l'alterigia del suo animo la nostra fede è invidiata ed odiata», come dicono i vescovi che lo condannano (Eusebio, Storia ecclesiastica, VII, 30,8). 

Non c'è da scandalizzarsi di questo: per un credente, la storia della chiesa è edificante non per le virtù umane che in essa possano eventualmente rifulgere, ma perché documenta come, proprio in mezzo alle contraddizioni e alle debolezze degli uomini, la grazia di Dio abbia sempre continuato ad agire producendo effetti storicamente apprezzabili. Nella chiesa antica si diventava vescovi in modi e per ragioni che non sempre oggi ci sembrerebbero teologicamente e canonicamente impeccabili: il che non ha impedito il fiorire di esperienze straordinarie (accanto, certamente, ad altre mediocri o addirittura discutibili). 

Ne citiamo due, che ci sono richiamate dalle memorie liturgiche di queste settimane: il 7 dicembre abbiamo ricordato sant'Ambrogio, uno dei pochissimi santi che la chiesa ci fa celebrare non nell'anniversario della nascita al cielo, ma in quello dell'elezione episcopale, quasi a volerci ricordare che questo grand commis dell'impero romano, messo a capo della chiesa di Milano quando non era ancora battezzato, non fu fatto vescovo perché era santo, ma si fece santo perché prese sul serio il suo essere vescovo. 

Il 2 gennaio è la festa di san Basilio di Cesarea e san Gregorio di Nazianzo, due grandi santi che vengono ricordati insieme (e anche questo è inconsueto) perché furono grandi amici. Vescovi entrambi, fu proprio la nomina di Gregorio a Sasima, voluta da Basilio, che era già vescovo di Cesarea, per ragioni di politica ecclesiastica a mettere in crisi per un certo periodo la loro amicizia. Sasima era un'insignificante località della Cappadocia e Gregorio non andò mai a risiedervi, anzi se la prese moltissimo con l'amico per averlo forzato ad accettare l'episcopato. 



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