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LETTURE/ Diventare vescovo significa "fare carriera" nella chiesa?

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Diventare vescovo significa "fare carriera" nella chiesa? A rigor di logica (e di teologia) no, per almeno due buoni motivi. 

Il primo è che, propriamente, nella vita cristiana la carriera, intesa alla maniera del cursus honorum, cioè come una successione graduata di dignità, incarichi e prerogative crescenti, ciascuna delle quali si appoggia, per così dire, sui meriti e sui gradi precedentemente acquisiti, non esiste affatto.

La qualifica più importante, la sola veramente decisiva e imprescindibile per un cristiano, è infatti quella di essere battezzato, dignità che tutti acquisiscono all'inizio del loro percorso nella chiesa (e, da noi, quasi tutti poco dopo l'inizio della loro stessa esistenza). Per il papa, è molto più importante essere battezzato che essere tutte le altre cose che stanno scritte nell'annuario pontificio: vescovo di Roma, vicario di Gesù Cristo, successore del principe degli apostoli eccetera.

La seconda ragione è che se consideriamo storicamente il munus episcopale, possiamo osservare che quando l'episcopato monarchico si è strutturato e poi si è imposto nella chiesa come forma normale di governo delle comunità cristiane, esso si è radicato teologicamente nel concetto di successione apostolica: i vescovi sono tali in quanto successori degli apostoli. Basti pensare alla centralità di questo concetto in Ireneo di Lione (II secolo). Ma il collegio apostolico, nella chiesa primitiva, era a sua volta definito dall'essere il frutto di una libera, autonoma e gratuita elezione di Gesù Cristo: «non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Farne parte non è il premio di niente, non è il risultato di nessuna valutazione comparativa, l'esito di nessun concorso o graduatoria. 

Questa logica è compresa e rispettata dai discepoli di Gesù anche dopo la sua ascesa al cielo, come si vede limpidamente nel racconto di Atti 1,15-26: il criterio adottato dagli apostoli per reintegrare il loro collegio dopo la defezione di Giuda prende in considerazione un solo requisito, quello di essere stato testimone oculare di tutta l'attività pubblica di Gesù, dall'inizio fino alla resurrezione (cfr. Atti 1,21-22). Poi la modalità di scelta è il sorteggio e le qualità personali dei candidati sono irrilevanti: vale la pena di notare, anzi, che dei due che vengono presentati, «Giuseppe detto Barsabba soprannominato Giusto e Mattia», a "vincere" non è quello che sembrerebbe, almeno a giudicare dal soprannome, il più titolato.

La funzione episcopale, proprio perché teologicamente concepita in essenziale continuità con il collegio apostolico, deve ripeterne le caratteristiche, pur nelle mutate esigenze di una situazione ecclesiale molto più variegata e complessa. Da questo nucleo, si svilupperà nel corso dei primi secoli una teologia dell'episcopato che, tra le altre cose, sottolinea il legame spirituale profondo e indissolubile, quasi sponsale, tra il vescovo e la sua chiesa, il che porterà anche ad escludere, in linea di principio, la possibilità per un pastore di trasferirsi da una sede meno importante ad un'altra più prestigiosa ed influente. 



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