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ARTE/ Cristo trionfante o sofferente? La svolta di san Francesco

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Giunta Pisano, Crocifisso di San Domenico (particolare) (1250-54)  Giunta Pisano, Crocifisso di San Domenico (particolare) (1250-54)

Cristo crocifisso; Cristo sofferente, spezzato, sprezzato; Cristo che per amore dell'uomo accetta una crudele agonia. È questo il riferimento principe di san Francesco d'Assisi; è questa la decisiva compagnia che abbraccia, nutre (come sale che insaporisce e nel contempo tiene viva la carne) il suo tanto breve quanto denso cammino.

Dall'appello accolto davanti al crocifisso di San Damiano ("va', ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina") fino all'esperienza dolorosa e sublime delle stigmate, il muoversi di Francesco non conosce altra via che la croce, con tutto ciò che una simile scelta può portare con sé. Non sbaglia Giotto nella Basilica Superiore di Assisi quando, nell'episodio del presepe di Greccio, pone la mangiatoia sotto una grande croce: con un'unica immagine riesce a richiamare non solo lo scopo dell'Incarnazione, ma anche la preferenza di Francesco per i momenti di maggiore debolezza del Dio fatto uomo: la primissima infanzia e l'agonia.

In contrapposizione alle idee docetiste dei catari, Francesco difende la componente umana di Cristo (dal grembo di Maria — afferma nella seconda recensione della Lettera ai fedeli — "ricevette la vera carne della nostra umanità e fragilità"). Il pensiero del Verbo che si è fatto carne, che ha svuotato se stesso (la kénosis) fino a morire uomo tra gli uomini, ultimo tra gli ultimi, deriso, odiato, condannato a una pena capitale infamante, è sempre presente nella sua testa e nei suoi discorsi; e, ovviamente, anche nel suo vivere, ché il limitarsi a descriverlo a parole — lo dichiara nelle Ammonizioni — sarebbe stato per lui una vergogna. Francesco alter Christus: la sua vita, giorno dopo giorno, stazione dopo stazione, dice questo; e a confermarlo arrivano anche le stigmate.

L'eredità che lascia ai suoi seguaci si riassume in un'ideale di vita semplice, povera, nuda, che accetta con umiltà e letizia tutto ciò che viene da Dio, finanche "infirmitate", "tribulatione" e "sora nostra Morte corporale", in piena conformità al Vangelo. La croce pregata, predicata e vissuta da Francesco resta un pilastro anche per loro, e ben presto si avverte il bisogno di tradurla in una forma artistica adeguata. Quasi tutti i crocifissi del tempo proponevano un Cristo trionfante, impassibile, spesso con gli occhi aperti, in qualche caso persino sorridente, quasi che non provasse dolore, e non davano un'idea piena della realtà del Golgota. Gli eredi di Francesco vogliono altro; vogliono una rappresentazione verace, un'immagine che porti la gente a meditare a fondo il sacrificio del Figlio di Dio; e così, cercando qualcosa di più vicino alla lezione del loro maestro, finiscono per aprire definitivamente la strada all'iconografia del Cristo sofferente, nota all'arte già da qualche secolo ma adottata solo di rado. 



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