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LETTURE/ Benigni e Recalcati, quando il tradimento "colpisce" a sinistra

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Roberto Benigni (LaPresse)  Roberto Benigni (LaPresse)

Nella concitata fase politica che stiamo attraversando, appressandoci alla fatidica data del referendum costituzionale, mentre sui media televisivi impazzano le interviste, i confronti a due in alcuni casi sui contenuti e in diversi altri semplicemente "muscolari", e si leggono i resoconti più o meno neutrali delle convention organizzate dai vari comitati pro Sì e pro No, il mondo intellettuale italiano sembra essere scosso da un'inconsueta vitalità, che ha spinto e tutt'ora spinge molti a coinvolgersi direttamente o almeno a pronunciarsi con interventi piuttosto diretti (per onestà verso i lettori del sussidiario, chi scrive ha aderito al comitato presieduto da Lorenzo Ornaghi e coordinato da Giovanni Guzzetta "InsiemeSìCambia"). È recentissimo il caso di Roberto Benigni (a cui ormai oggi in Italia, tra ammiratori e detrattori, nessuno toglierebbe la qualifica di intellettuale), che ha suscitato una vasta discussione, in primis per il peso specifico che le sue prese di posizione possono assumere nell'orientamento dell'opinione pubblica nazionale. 

Non è la prima volta che Benigni si pone al centro di un turbinio di polemiche a causa di sue scelte pubbliche (partecipazioni a programmi e manifestazioni, interviste…), certamente questa è quella con la sua maggiore esposizione politica di sempre. Eppure la sua osservazione-battuta secondo cui una vittoria dei No "sarebbe peggio della Brexit" manifesta semplicemente la propria opinione personale, e rimarca semmai una posizione rispetto al referendum pure da altri intellettuali abbracciata (certo non da tutti): cioè semplicemente quella per cui — al di là di una valutazione del merito specifico sui singoli punti di modifica introdotti nel testo costituzionale in ratifica referendaria (rispetto ai quali ci sarebbe naturalmente molto da dire in altra sede) — sopra ogni altra considerazione viene avvertita fortemente la preoccupazione che la mancata approvazione della legge, in mancanza di un'alternativa disponibile a breve, vada letta come un segno negativo nella politica interna e nelle relazioni internazionali, la quale appaleserebbe sostanzialmente un quadro storico di irriformabilità istituzionale nel nostro Paese, degradandone l'immagine attuale e le aspirazioni di crescita. Sarebbe, semmai, da riprendere il termine di paragone utilizzato da Benigni nel frangente in chiave negativa, ovvero appunto il recente referendum britannico, ma questo, di nuovo, è un altro discorso. 

Il No nel referendum come un "no" al futuro dell'Italia è naturalmente un punto di vista assai dibattuto, il quale, ad esempio, al di là del florilegio di battute "fuori campo", mi è parso costituire pure il nucleo centrale del contendere nell'altrettanto recente dibattito televisivo a "Otto e mezzo" da Lilli Gruber tra la ministra Maria Elena Boschi e il leader della Lega Nord Matteo Salvini. Ma pare che a Benigni — a cui è sempre stato "concesso" tutto, dall'anticlericalismo d'antan dei tempi più giovanili sino alle "sceneggiate amorose" in diretta con Raffaella Carrà — questa presa di posizione così netta non sia stata proprio "perdonata". Sarebbe pertanto interessante domandarsi come mai si sia in questo frangente prodotta quest'alzata di scudi in difesa di un'onestà (questa volta intesa in senso molto poco intellettuale...) eventualmente compromessa dal suo implicito endorsment al Sì. 



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COMMENTI
10/10/2016 - Macchè tradimento, solo un segna vento (ALBERTO DELLISANTI)

Ma chi si permette di giudicare Benigni su un piano di onestà. Ci mancherebbe... Gheda si occupa della campagna per il SI', è lieto dell'affiancamento del comico toscano, e può non attribuire moralismo alcuno a chi si limita ad annotare che vi è una bella contraddizione nel passaggio da "La più bella del mondo", al SI' alla Costituzione da piegare ad uno stringente carattere oligarchico, come desiderato nelle Capitali dell'Impero, Washington, Berlino, Bruxelles (le maggiori). E come desiderato dagli esecutori in Italia, Napolitano, Renzi, Boschi, Verdini (i maggiori). Perché non bisogna dimenticare che al rango di veri e propri esecutori sono saliti da giorni a questa parte i giornaloni Corsera, Stampa, Repubblica...le TV (RAI attivamente per il SI', Fininvest molto lontana dal NO, La7 con un Mentana e una Gruber insopportabilmente nella prima linea del SI', come due pasdaran). Questa sera la Gruber ha varcato il limite di qualunque parità di condizioni, facendo la diretta dell'ennesimo astuto discorso di un impareggiabile arrangiatore come Renzi. Giustamente nell'era Berlusconi tutti erano attenti alla "par condicio". Oggi abbiamo un Renzi che imperversa dappertutto (e fa bene! le Boschi e i Nardella, i suoi gemelli, non lo pareggeranno mai!). Alle scatenate Gruber non passa invece minimamente per la testa. Con semplicità, tornando a Benigni, vedo un avere in conto la direzione del vento.