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LETTURE/ Il governo dei Pochi: le ragioni di Zagrebelsky (contro Renzi)

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Gustavo Zagrebelsky (LaPresse)  Gustavo Zagrebelsky (LaPresse)

Le considerazioni che matura Zagrebelsky sulla suddetta deriva oligarchica costituiscono, dunque, l'esito di un metodo scientifico di analisi che non si ferma alla sola considerazione del dettato costituzionale, ma si estende al complesso legislativo che con quest'ultimo si pone in un intreccio funzionale indefettibile, attraverso cui soltanto può giungersi a definire ciò che oggi la Costituzione è. E questo sulla base della premessa che l'interazione di quest'ultimo con la normazione ordinaria di contorno rivela, in ultima analisi, il quadro effettivo del rapporto tra i poteri. 

In quest'ottica, dunque, le previsioni della riforma che avvantaggiano la posizione del Governo in Parlamento, delineando, ad esempio, percorsi certi di approvazione delle proprie proposte di legge, strettamente connesse ad una disciplina elettorale a forte impronta maggioritaria (quale è quella vigente per l'elezione dei componenti della Camera dei deputati), svelano i tratti di un disegno organizzativo chiaramente mirato a premiare soprattutto la maggioranza parlamentare e gli  interessi dalla stessa rappresentati. 

Nell'esposizione di un tale rischio, in definitiva, Zagrebelsky esalta e difende quella funzione garantista che appartiene all'essenza propria ed indefettibile del costituzionalismo quale processo politico e che si mantiene inalterata anche nel transito dalle Costituzioni liberali ottocentesche a quelle democratiche del secondo dopoguerra. Tale funzione non è, allora, da raccordarsi staticamente ad un modellino tratto dalle norme costituzionali (basti ricordare, del resto, a conferma di ciò, l' esperienza della Costituzione tedesca di Weimar, del 1919) ma si misura anche alla stregua del fattore politico che conferisce vitalità e direzione di senso alla Costituzione. Anche in considerazione di tale fattore, pertanto, che è dinamico e presente nell'esperienza giuridica statale, va misurata l'effettività dell'equilibrio organizzativo dei poteri che è compito primario di ogni Costituzione democratica (tale mi sembra di poter ritenere fosse anche il senso del richiamo operato da Zagrebelsky alla Costituzione di Bokassa). 

Una lettura siffatta della riforma, proiettata su un ampio orizzonte normativo, può apparire "anomala" e, forse, sfuggire a chi ha meno dimestichezza con la scienza del diritto costituzionale e meglio si cimenta, invece, con la retorica della comunicazione politica, finalizzata alla ricerca del consenso popolare. Non sfugge, invece (o, comunque, non può sfuggire) alla schiera dei "tecnici" che pure propendono a favore della riforma, senza mai — occorre dirlo — giungerne ad esaltarne i contenuti innovativi. Non che sia impedito, in generale, di imbastire una qualche ragione, anche tecnica, in grado di giustificare e difendere i contenuti della riforma; può sorprendere, invece, la debole attenzione attribuita ai rischi di elisione del principio democratico che questa riforma reca con sé, evidenziati dalle argomentazioni esposte da Zagrebelsky. 



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