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LETTURE/ Nella profondità del tempo, il "segreto" di Seamus Heaney

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Seamus Heaney (1939-2013) (LaPresse)  Seamus Heaney (1939-2013) (LaPresse)

A me la resa di Heaney, "So!", piace molto proprio perché agisce da connettore narrativo: implica un già detto, quindi un passato, che va tenuto in considerazione per capire il modo in cui sono andate le cose, e quindi il modo in cui vanno e andranno. E poi so è una parola ordinaria, colloquiale, usata con la frequenza con cui noi in italiano usiamo quindi o allora, o cioè. In questa scelta, filologicamente corretta che sia o meno, c'è tutto un modo di pensare, agire e dare testimonianza di quei pensieri e di quelle azioni. Ho quindi cercato di preservare queste caratteristiche nella curatela del Meridiano. E al di là di tutti i cliché negativi che la accompagnano dalla Torre di Babele ai nostri giorni, la traduzione è in primis una testimonianza che si attua tra ricordo e invito a ricordare. Con questo atteggiamento, il passaggio da un terreno linguistico e da un habitat culturale all'altro non compromette, ma rinvigorisce le radici della poesia. In quella che per tanti resta un'esperienza di vulnerabilità e di perdita troviamo invece l'antidoto più intimo ed efficace contro chiacchiericci da salotto letterario, smalltalk accademici e slogan editoriali.

 

Com'è nato il tuo rapporto con Heaney? Cos'ha voluto dire portare a termine questo lavoro dopo la sua morte?

L'ho conosciuto di persona alla Yeats Summer School di Sligo nell'agosto del 1995: sia lui che la moglie Marie erano nel programma di letture pubbliche che affianca le lezioni e i seminari su Yeats. Ho ancora impresse negli occhi l'attenzione e l'affetto con cui seguì la lettura di Marie (la sua riscrittura di antichi miti e leggende irlandesi,Over Nine Waves, era uscito da poco). Una sera, mentre cercavo un bagno nel Silver Swan Hotel, dove si era appena concluso uno degli eventi yeatsiani, con una piroetta simile a quella con cui Dante passa da un emisfero all'altro, e dall'Inferno al Purgatorio, ho evitato in extremis uno scontro frontale con il prossimo vincitore del Premio Nobel della letteratura. Ma ho potuto evitare di scusarmi e presentarmi. Quell'incontro ha dato inizio a un rapporto che si è cementato nei diciotto anni in cui ho avuto l'immeritato privilegio di frequentarlo; un rapporto che mi ha permesso, mentre imparavo a conoscere un uomo e un poeta di grandezza assoluta, di imparare a conoscere me stesso. Come si può ripagare un dono simile? Portare a termine il Meridiano è stato un tentativo di dirgli grazie.

 

Nell'opera di Heaney emerge molto forte questo tema del going Westwards, dell'andarsene verso l'ignoto per cui si prova anche attrazione. Non trovi che possa essere una definizione molto forte della poesia, in questo tempo? 

Assolutamente. Un ignoto, però, che può essere molto vicino, geograficamente e culturalmente, verso l'ovest come verso l'est; uno straniamento che attraverso la conoscenza (a volte dolorosa, persino violenta) di ciò che è altro da noi porta alla conoscenza di sé: una vera e propria traduzione esistenziale che è particolarmente intrinseca alla condizione identitaria irlandese.

Per approfondire il discorso bisognerebbe però partire da lontano e andare lontano… Cito allora le parole che James Joyce mette in bocca a Stephen Dedalus alla fine di A Portrait of the Artist as a Young Man, quando gli fa dire che il modo più rapido di raggiungere Tara (sede, non lontana da Dublino, degli antichi re dell'Irlanda gaelica) è stato passando da Holyhead (città portuale sulla sponda gallese del Mar d'Irlanda): "the shortest way to Tara was via Holyhead". 



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