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LETTURE/ Nella profondità del tempo, il "segreto" di Seamus Heaney

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Seamus Heaney (1939-2013) (LaPresse)  Seamus Heaney (1939-2013) (LaPresse)

Basti pensare, per fare due nomi ovvi, a Joyce, appunto, e a Beckett. Forse anche per questo i tanti viaggi presenti nella poesia di Heaney sono sempre viaggi all'interno di una psiche e di un'anima che sanno di essere alla ricerca di se stesse. La poesia (la poesia vera, per trita che sia questa espressione di valore) è uno strumento potentissimo attraverso il quale compiere questo percorso di riconoscimento: non concede alibi, espone e può addirittura portare a un cammino di conoscenza.

 

Come tutte le grandi opere, quella di Heaney sembra avere una forza di creazione cosmologica, passando per l'agricoltura, l'archeologia, la politica — come tracce di un viaggio (anche in macchina, guidando, come si diceva sopra, westwards) in tutta la vicenda umana. Quali sono, per te, alcune delle parole chiave per farsi guidare in questo universo di Heaney? 

Comincerei dalle fondamenta, gli elementi fondanti: terra e aria, inframmezzate da flussi d'acqua e bagliori di fuoco. E poi con le sue qualità espressive: integritasconsonantiaclaritas. E poi con il suo modus operandi:getting startedkeeping goinggetting started again. E poi con le sue colonne portanti: umiltà, fermezza, generosità.

 

Dalle note al Meridiano scopriamo molti intrecci della poesia di Heaney: da Dante a Katherine Mansfield, da Virgilio a Mandel'stam, da Beowulf a Patrick Kavanagh, da Robert Henryson a Czeslaw Milosz per citarne alcuni. Che rapporto aveva coi maestri?

Heaney leggeva tantissimo, e non solo poesia. Lo immaginavo, ma la curatela del Meridiano mi ha dato la possibilità di addentrarmi (anche con la sua guida, in certi casi indispensabile) nel labirinto di letture che pervade la sua scrittura. Non gli ho mai chiesto come si rapportasse verso quelli che considerava maestri perché traspare dalle sue interviste e dai suoi scritti critici, come anche dalle sue poesie, del resto — penso a Station Island, per esempio — come la sua umiltà gli avesse conservato nei confronti degli altri scrittori, del passato come suoi contemporanei (e non solo quelli per lui più importanti e influenti), l'atteggiamento di rispetto e di gratitudine dello studente, dell'apprendista. Ciò non toglie che Heaney non avesse consapevolezza nei propri mezzi e nel proprio valore, anzi. Ma parte della sua grandezza era proprio nel non sentirsi affatto un grande, nemmeno dopo tutti i riscontri di critica e di pubblico che aveva ricevuto in quasi mezzo secolo di scrittura.

 

Che cosa pensava del rapporto tra letteratura (opera) e politica? 

Questo è un argomento inevitabile su cui sono state dette (anche recentemente) cose molto superficiali. Mi limito a due esempi. Nel 1972, dopo un anno trascorso in California all'Università di Berkeley, si rende conto di non potere, di non volere restare in Irlanda del Nord, corrosa dalla violenza settaria: una situazione che sta degenerando di giorno in giorno, e che sta infettando anche l'arte. Lascia allora Belfast per Dublino, isolandosi a scrivere in un cottage nella campagna di Wicklow, senza la sicurezza di uno stipendio, ma con la sicurezza della sua scrittura. Un gesto di coraggio e di indipendenza, oltre che di integrità artistica, che gli è costato tante critiche e tanti dispiaceri. Quanto succedeva in Irlanda del Nord restava comunque presente nei suoi pensieri e nelle sue poesie: basta leggere North (1975) e Field Work (1979), le prime due raccolte scritte, per così dire, dall'esilio dell'altra Irlanda.



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