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LETTURE/ Nella profondità del tempo, il "segreto" di Seamus Heaney

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Seamus Heaney (1939-2013) (LaPresse)  Seamus Heaney (1939-2013) (LaPresse)

La poesia ha resistito e continuerà a resistere a tutto e a tutti, ne sono convinto. Come ho detto prima, la frequentazione regolare dei social media, soprattutto Facebook, mi ha permesso di conoscere, e poi a volte anche di incontrare, scrittrici e scrittori di grande valore che altrimenti avrei fatto fatica a seguire, e che ora invece sono una parte importante della mia giornata, indipendentemente dal tempo effettivo dedicato a questo libro virtuale. Entrare nel proprio account Facebook può significare entrare non solo in uno spazio di scrittura e di lettura sempre attivo, sempre in evoluzione, ma addirittura nella vita di chi scrive, tra un pensiero e l'altro, tra una parola e un'altra. Quello che sto facendo io da un po' è affidare la lettura di una mia fotografia ai versi di poesie altrui. Parto sempre dall'immagine, che riflette un momento della mia giornata, di solito la mattina presto o la sera tardi, e poi scelgo dei versi che entrano in dialogo con essa. Questa conversazione aumenta il piacere che provo leggendo poesia, mi aiuta a trovare o a creare interpretazioni nuove ai testi che leggo. In certi casi ho la sensazione che certi versi siano stati scritti proprio per quella foto. Questa illusione è di per sé una gioia e una speranza, per piccole e periferiche che siano. Eppure qualcosa smuovono, a giudicare dal numero di persone che sembrano amarle: vuol dire che hanno anche loro trovato qualcosa in quell'accostamento, in quell'invito a guardare e a leggere.

 

Torniamo dall'oggi dei social al tempo. Quanto profonda era la relazione di Heaney col latino e il mondo classico? "Noli timere" sono le sue due ultime parole. Oltre a rappresentare uno struggente atto d'amore a sua moglie e alla vita, che cosa ci dice questo di lui? 

Il latino, da tanti punti di vista, è sempre stato un punto di riferimento intellettuale (e, all'inizio e forse anche alla fine, spirituale): dalle prime lezioni mattutine con Master Murphy alla scuola elementare di Anahorish, alle lezioni con Father McGlinchey negli anni delle superiori a St Columb's College, dove inizia un rapporto particolare con l'Eneide di Virgilio. Non mi ha quindi sorpreso che tra le sue carte sia stata ritrovata e pubblicata la traduzione del liber sextus, libro preferito da Father McGlinchey, che per ragioni curriculari dovette però tralasciarlo. Heaney aveva iniziato a tradurre questa parte dell'Eneide, in cui Enea scende negli inferi a incontrare il padre Anchise, dopo la morte del padre Patrick: alcuni versi, con il titolo Il ramo d'oro, aprono la raccolta Vedere le cose (1991). Inoltre, tra i versi di Heaney fanno capolino Orazio e forse anche Lucrezio: c'è, infatti, chi ha accostato proprio l'estremo "noli timere" inviato per sms alla moglie negli istanti prima di morire ad alcuni versi (110-112) del primo libro del De rerum natura ("nunc ratio nulla est restandi, nulla facultas,/ aeternas quoniam poenas in morte timendum./ ignoratur enim quae sit natura animai").

Il latino, e Heaney lo ha ricordato in diverse circostanze, è rimasto il legame più fertile e duraturo con la matrice e la ritualità cattolica della propria identità culturale, senza dubbio come modello etico-estetico: penso, da una parte, alla simbologia e ai misteri della messa (un'esperienza quotidiana negli anni trascorsi al St Columb's College), e dall'altra penso alle modalità di integritasconsonantiaclaritas proposte da San Tommaso d'Acquino e assorbite anche grazie, per così dire, alla mediazione letteraria di James Joyce. 



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