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LETTURE/ Sciascia e quei riformisti che preferiscono tacere

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Leonardo Sciascia (Foto dal web)  Leonardo Sciascia (Foto dal web)

Esistono letture politiche della produzione letteraria sciasciana e letture politologiche e giuridico-politiche dell'attività parlamentare di Leonardo Sciascia (1921-1989), scritte soprattutto da chi non ha formazione giuridica né propriamente politologica (buon ultimo fu, solo poco tempo addietro, Andrea Camilleri, che ebbe una polemica pubblica con Vincenzo Consolo, vero e legittimo erede di una certa figura della cultura siciliana, proprio sull'eredità sciasciana dell'intellettuale impegnato). 

Proprio per questo si proverà qui ad abbozzare un'operazione assai più insolita: rileggere Sciascia politico attraverso alcune griglie e categorie dell'ermeneutica letteraria (e giuridica). L'operazione sembra suggestiva perché del punto di vista politico sciasciano poco si ricorda. Si ricorda la sua certosina attività istruttoria nella Commissione parlamentare sul caso Moro, ma anche lì poco, ben poco, si dice del contesto che lo scrittore siciliano mirava a sfondare e sfrondare. Togliere la rete di silenzio, e ancor più di informazioni fittizie. E, dall'altro lato, abbandonare complottismi e dietrologie gratuite, proprio per tornare all'evidenza umana, tutta umana, del crimine: chi ha agito? Come ha agito? Cos'era e che attendibilità avrebbe avuto o potuto avere l'epistolario di Moro durante la prigionia?

Anche i più intransigenti operatori della lotta al terrorismo, alla pari dei più tolleranti garantisti liberalsocialisti, mancarono di approfondire proprio quella pratica di attività veritativa che è base per la ricostruzione di ogni delitto: comprendere, raccogliere informazioni, scegliere una metodologia per farlo adeguatamente. Sciascia non rientra nemmeno nella famiglia del radicalismo italiano, nonostante il partito radicale di Pannella sia stato il primo e l'unico partito primo-repubblicano ad accogliere in modo veramente genuino il contributo sciasciano. Molto più prudente (e per non dire ostile) in materia di decriminalizzazione delle droghe, dai toni rivendicativi ben più miti (e non per questo meno "teneri" nei confronti della partitocrazia), originale a proprio modo anche contro la legislazione emergenziale e nella spinosissima materia delle autonomie locali a Sud. 

Sciascia non ha avuto diritto di cittadinanza neanche nel vasto associazionismo antimafia sorto dopo la fine della mafia stragista. Le sue posizioni troppo articolate e troppo oneste e dirette: l'antimafia declinata in modo professionale, come occasione per avere sempre i riflettori positivi addosso, non gli apparteneva. L'eredità più scomoda che il progressismo all'italiana non ha mai avuto il coraggio e l'autocritica di accogliere. Certo strumentale la rivalutazione in vita tentata dal Partito comunista: "irretito" dalle sirene postberlingueriane del "buon governo cittadino", del Pci che vince negli enti locali, anche nella sinistra palermitana che preparava il suo ingresso nella stanza dei bottoni (il suo ingresso pubblico, almeno), Sciascia aveva un profilo ereticale, solitario, intransigente. 

A ben vedere, il mondo cattolico ha cercato con più equilibrio di interfacciarsi con l'opera sciasciana. Ha riconosciuto il rigore morale e il vigore etico di molte rivendicazioni di giustizia sociale. Ha forse taciuto il motivo anticlericale che è forte nella prima narrativa sciasciana. Anche lì, del resto, sarebbe da capire che l'anticlericalismo sciasciano non era antireligioso, non era caricaturale e propagandistico. 



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