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LETTURE/ Derrida e la "follia" di mettere fine alla vita

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Jacques Derrida (1930-2004) (Foto dal web)  Jacques Derrida (1930-2004) (Foto dal web)

Autori che, in vario modo, hanno costeggiato la questione della pena di morte che, come il filosofo francese non smette di sottolineare, è una questione singolarmente assente nella riflessione filosofica, e che viene confinata nell'ambito giuridico come se questo rappresentasse una sorta di riserva, una specie di protezione capace di limitare o di controllare l'immensa portata di quanto è in gioco. È impossibile dare conto della ricchezza e delle variazioni, delle modulazioni assunte dalla pena di morte quando viene investita dal pensare filosofico (che ha le sue leggi, le sue griglie, in una parola la sua impostazione), ma nonostante questa difficoltà — che, tra l'altro, caratterizza l'opera di Derrida sempre riottosa di fronte alle semplificazioni —, ci sono alcuni nodi del discorso che tornano con implacabile forza, di lezione in lezione.

Tra questi, uno dei più importanti riguarda la decisione, la decisione "sovrana" di chi infligge all'altro la pena di morte: tale decisione, infatti, è compiuta in nome di un calcolo (termine in cui risuona lo stesso "logos", la ragione che, appunto, "rende conto" di qualcosa), un calcolo di giustizia (come avviene con la legge del taglione), un calcolo sociale, un calcolo politico. Ebbene, dice Derrida, la morte non si lascia sottomettere al calcolo, anzi essa è, in senso stretto, l'incalcolabile, e dunque credere di poterla gestire attraverso la pena capitale significa credere di poter "calcolare" quanto al calcolo si sottrae.

In questo senso, allora, nella società il dominio di una ragione calcolante non potrà che estendersi ad ogni regione dell'umano, fino a quell'incalcolabile che intreccia indissolubilmente la vita e la morte. Sarà anche per questo che Theodor Reik, uno dei più importanti allievi di Freud, ha dedicato al problema del castigo, della colpa, del bisogno di confessare una colpa, uno studio importante al quale Derrida dedica diverse lezioni, in cui viene mostrato in che modo il diritto penale sia stato influenzato dalla psicoanalisi e dalle considerazioni legate alle pulsioni psichiche inconsce. Secondo Reik, infatti, la legge del taglione rappresenterebbe una sorta di pulsione inconscia che la società si incarica di punire (perfino con la pena di morte), anche se è auspicabile che la punizione sia solo uno stadio storico dell'uomo che verrà superato da misure di protezione (dalla violenza) più efficaci.

Il riconoscimento di un inconscio all'opera nell'agire dell'uomo non rappresenta certo un indebolimento o una giustificazione dell'agire violento e mortifero ma, nella lettura di Derrida, dichiara ancora una volta un'alterità dentro la soggettività, un'impossibilità, per l'io, l'ego, il soggetto, di potersi definire autoreferenzialmente.  



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