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LETTURE/ Derrida e la "follia" di mettere fine alla vita

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Jacques Derrida (1930-2004) (Foto dal web)  Jacques Derrida (1930-2004) (Foto dal web)

Le necessarie distinzioni che chiedono alla filosofia, al diritto, alla politica di non smettere di cercare o di ampliare il loro sguardo, non possono da ultimo non riconoscere, nel legame con l'altro, l'abissale, insondabile "fondamento" di quanto viene chiamato vita e morte, fino ad affermare: "Io muoio e io non muoio che per l'altro e, la si metta come si vuole, ciò non significa che questo, la mia morte, non mi accada. Credo piuttosto che sia nell'oscura chiarezza, nella prima luce di questo 'per', che è esso stesso rischiarato, insostituibilmente, dalla luce di questa morte, come se il 'per' trovasse il suo luogo, e si vedesse dare alla luce solo nel morire per l'altro, è sulla piega della nascita di questo 'per' che la distinzione tra uccidere e morire, tra il crimine di vendetta e la pena di morte, tra tutti i sensi della condanna (condannare a morte, condannare a morire di morte cosiddetta naturale o condannare a morire di malattia), tra l'omicidio, lo zoocidio o il biocidio in generale e il suicidio, ecc., diviene impossibile o rimane impossibile, per necessaria che, d'altra parte, essa sia".

 

Jacques Derrida, "La pena di morte. Volume II", a c. di G. Dalmasso e Silvano Facioni, Jaca Book, Milano 2016, pp. 326.

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