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LETTURE/ Derrida e la "follia" di mettere fine alla vita

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Jacques Derrida (1930-2004) (Foto dal web)  Jacques Derrida (1930-2004) (Foto dal web)

Durante lo scorso mese di luglio, dopo il fallito colpo di stato, in Turchia si è pericolosamente affacciata l'ipotesi di ripristinare la pena di morte (abolita nel 2004, anche se dal 1984 non veniva più comminata). Parlare di pena di morte, almeno in Europa, significa parlare di qualcosa che appartiene ad un passato magari non troppo remoto, ma in ogni caso definitivamente superato non solo dalle leggi e dalle Costituzioni degli Stati, ma anche dalle Convenzioni comunitarie (come quella firmata a Vilnius nel 2002 in cui la pena di morte è vietata "in ogni circostanza, ivi compreso per crimini commessi in tempo di guerra o in pericolo imminente di guerra"). 

Ma nel resto del mondo la pena capitale è ancora presente in molti Stati e dunque è impossibile considerarla come una faccenda che riguarda la storia passata dell'umanità, tanto più se si tiene presente che le domande e le inquietudini che suscita travalicano il piano strettamente giuridico o politico della questione, e investono direttamente il rapporto dell'uomo con la vita (la propria e quella degli altri), con la finitezza, con il senso. 

Negli anni 1999-2000 e 2000-2001, nel quadro generale di una ricerca dal titolo "Questioni di responsabilità", Jacques Derrida ha svolto un seminario dedicato alla pena di morte di cui è appena uscita l'edizione italiana del secondo anno presso l'editore Jaca Book (il primo anno delle sedute del seminario è uscito nel 2014 sempre a cura di Gianfranco Dalmasso e Silvano Facioni). Si tratta complessivamente di ventuno lezioni in cui è possibile ritrovare (o scoprire) lo sguardo acuto e perturbante del filosofo francese, che non tralascia nessuna delle implicazioni che la pena di morte trascina con sé: implicazioni non sempre evidenti, non sempre immediatamente avvertibili che coinvolgono i problematici concetti di sovranità, di crudeltà, di eccezione. 

Il secondo volume, in cui vengono approfondite alcune domande già scaturite durante il primo anno di seminario, prende le mosse proprio da quanto era stato avvistato: la pena di morte, scrive Derrida, conosce un fascino sinistro e perverso perché risponde alla "follia di mettere fine alla finitudine mettendo fine, in maniera calcolabile, alla vita". E dunque l'insulto e l'ingiuria, la profonda ingiustizia della pena di morte (soprattutto quando si presenta come "giusta",  giuridicamente "fondata", o anche politicamente "difesa") consistono non tanto nella morte stessa, quanto nella fine, nella chiusura dell'incalcolabile avvenire, con quanto arriva, con l'altro che dell'avvenire e dell'indeterminabile è volto e ingiunzione. 

Ecco allora che nel secondo anno di seminario che si snoda intorno alla questione della vita e del vivente, nel corso delle undici lezioni vengono convocati alcuni autori: Kant, Heidegger, ancora Beccaria e soprattutto Theodor Reik, uno degli allievi di Freud che proprio intorno al problema della "colpa" e soprattutto del "castigo" ha scritto pagine che Derrida sottopone ad una lettura serrata.  



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